Liturgia
Diocesi di Mantova
Dal cammino inconcludente e solitario al cammino insieme con il Risorto

Pietro ha il coraggio di parlare ad alta voce, di fronte alla folla, in parte distratta, in parte curiosa, in parte ostile: solo uno sparuto gruppo di coloro che ascoltano può dirsi favorevole. Grande è la differenza con il Pietro timoroso, che di fronte ad una ragazzina aveva negato di conoscere il Maestro. È avvenuto un cambiamento, effetto della Pentecoste, dell’effusione dello Spirito che il Risorto concede alla sua Chiesa. La fierezza nella fede, la sicurezza di testimoniarla, fa parte dei doni dello Spirito, che determinano nella vita dei credenti una costante disposizione ad agire in sintonia e in collaborazione con Dio.
Il medesimo atteggiamento aveva caratterizzato l’agire di Gesù: i suoi gesti sono “miracoli, prodigi e segni che Dio stesso fece tra voi per opera sua”. Tra l’agire di Gesù e l’azione di Dio si rileva una sorta di identificazione: si tratta del segreto profondo che caratterizzava la sua persona e che non è stato né riconosciuto, né accettato dal suo stesso popolo. C’è incompatibilità infatti tra chi agisce secondo Dio e chi opera secondo criteri puramente mondani, e la tensione è destinata ad esplodere, anche al di là di un esplicito riconoscimento. La croce è il momento in cui l’agire umano corrotto, pur non comprendendo fino in fondo la manifestazione che opera in Gesù, pretende di sbarazzarsene: “voi, per mano di pagani, l’avete crocifisso e l’avete ucciso”. Operare “per mano di pagani” significa appunto operare nell’ambito dell’idolatria, del distacco da Dio: nell’ambito del peccato. Tutti ne siamo coinvolti, ogni volta che la nostra esistenza si conduce al di fuori della sintonia con il progetto di Dio.
Il salmo citato nella prima lettura, che è anche ripreso come salmo responsoriale, introduce nel cuore del problema: si tratta di aprirsi a un modo di vivere credente, ispirato alla fiducia, costantemente accompagnato dalla relazione con Dio. Dio è colui che fa passare dal pericolo alla sicurezza (“in te mi rifugio”), dall’oscurità alla visione (“mi ha dato consiglio”), dall’incertezza alla saldezza (“sta alla mia destra, non posso vacillare”), dalla tristezza alla felicità (“gioisce il mio cuore, esulta la mia anima”).  Gesù è vissuto così, nella piena fiducia del Padre, fino a donare la sua vita: per questo ha potuto trionfare perfino sulla morte, dando pieno compimento alle parole del salmo: “non lascerai che il tuo Santo veda la corruzione”.
La seconda lettura sembra di primo acchito fornire una visione non del tutto rassicurante. Il tempo presente è quello in cui si vive “quaggiù, come stranieri”. La configurazione a Cristo, a colui che “non aveva dove posare il capo”, comporta una relativizzazione delle certezze mondane: anche “argento e oro”, simboli della ricchezza e dei valori generalmente riconosciuti e apprezzati dall’umanità, sono definiti “cose effimere”, incapaci di dare vera libertà, incapaci di dare vera felicità. Ma perché tutto sarebbe precario e privo di consistenza? Perché tutto è legato alla “vuota condotta, ereditata dai padri”. Ogni realizzazione puramente mondana non raggiunge il risultato di una vera umanizzazione, ma ricade nella corruzione. Solo dal “sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetti e senza macchia” è possibile avere autentica liberazione, entrare nel progetto stabilito “già prima della fondazione del mondo” e “manifestato negli ultimi tempi”. Dalla precarietà dell’umanità che si è distaccata da Dio, si passa all’esistenza nuova. Coloro che sono rinati in Cristo vivono in costante comunicazione con Dio; restano nella sua carità; trovano stabilità in lui, non più nelle cose.
I due discepoli di Emmaus incarnano, all’inizio del brano, il tragico equivoco di chi si era illuso di stare dalla parte di Gesù ed era invece intrappolato nei meccanismi diabolici della ricerca di un potere puramente umano. La loro speranza di liberazione era solo secondo il mondo; dopo la croce non c’è altra via che la fuga da Gerusalemme, la fuga amara degli sconfitti. Gesù si accompagna a loro: dolcemente li distoglie dalla mentalità del mondo, e li riconduce sulla via della comunione con Dio. Dalla discussione a vicolo cieco, passano alla conoscenza del progetto di Dio, che trova la sua svolta nella croce; dallo sguardo chiuso, impedito a riconoscere, arrivano allo sguardo aperto, che vede il Risorto nello spezzare il pane; anche il cuore, lento e tardo, si riscalda, fino ad ardere, fino all’inversione di rotta. Si torna a Gerusalemme: non più da soli, ma con la presenza del Risorto; non più solitari, ma dentro il vivo della comunità.
Atti 2,14.22-33 Sal 15 Mostraci, Signore, il sentiero della vita. 1Pt 1,17-21 Lc 24,13-35

Diocesi di Mantova Diocesi di Mantova

DIOCESI DI MANTOVA       Piazza Sordello 15 - 46100 Mantova - Tel 0376/319511 - Fax 0376/224740 - info@diocesidimantova.it - diocesidimantova@pec.it
Diocesi di Mantova