Liturgia
Diocesi di Mantova
Essere luce nel Signore, vivere il dono del Battesimo

Un re secondo il cuore di Dio Nella prima lettura si presenta una tappa della storia della salvezza: l’elezione e la consacrazione del re Davide. Egli è un giovinetto, in quel momento il dimenticato e il meno considerato dei suoi fratelli. Così Dio dimostra al suo profeta, Samuele, che la scelta di un re per il popolo di Dio non può avvenire secondo i criteri mondani dell’apparenza e della forza: Dio segue un criterio diverso. Il profeta è chiamato a un percorso di conversione: deve liberarsi dall’inganno che coinvolge il popolo, accecato da sogni di grandezza, dal vano desiderio di imitare gli altri popoli, di diventare come l’Egitto da cui Dio li ha riscattati. Il simbolismo della luce Nella logica delle letture del ciclo quaresimale, la seconda lettura ha lo scopo di evidenziare il legame tra la prima e il vangelo, che di per sé è solo estrinseco: la prima lettura mostra una tappa della storia della salvezza, il vangelo segue lo sviluppo di un percorso battesimale. Anche il testo dell’epistola agli Efesini risale chiaramente ad una catechesi battesimale: “Eravate tenebra, ora siete luce nel Signore”. Il simbolismo della luce è dunque il collegamento profondo che unisce le tre letture. Samuele ha bisogno di una luce speciale di discernimento per scoprire il re gradito a Dio; della stessa luce avrà bisogno anche Davide e tutto il popolo, per non ripiombare nella tenebra della schiavitù. Anche Gesù nel vangelo si rivela come luce. Ma l’apostolo va oltre: la grande rivelazione è che “voi siete luce”. In Cristo i credenti stessi non solo ricevono la sua luce, diventano luce essi stessi. Vivere il dono del Battesimo significherà dunque conservare in se stessi la luce, prendendo con decisione le distanze dalle “tenebre”. Cieco dalla nascita Nella prospettiva del percorso battesimale il cieco dalla nascita rappresenta l’umanità immersa nel peccato: una condizione non voluta, ma subita da sempre. Mentre però il cieco compie un percorso di trasformazione, fino a vedere e a riconoscere in Gesù il Cristo, gli altri personaggi del brano si scoprono sempre più immersi nelle tenebre; o meglio è il lettore che via via che il dibattito procede, può rendersi conto che coloro che si illudono di vedere (i genitori del cieco, i capi del popolo, i vicini, forse anche i discepoli) in realtà sono ciechi di fronte alla realtà più essenziale: Gesù luce, Gesù che ridona la luce. Un grande processo Il brano evangelico ha la struttura di un dibattimento processuale: all’inizio sta il pre–giudizio dei discepoli, che interpretano la condizione del misero come frutto di un peccato; Gesù li invita a non lasciarsi fuorviare dalle apparenze, per imparare a riconoscere i segni dell’agire di Dio. Segue il fatto incriminante: la guarigione del cieco, che avviene nell’intimità di una relazione tra lui e Gesù. Il cieco è restituito alla sua libertà: prima ancora che possa vedere, Gesù lo rimette in cammino, gli ridona la possibilità di un agire autonomo, anche se illuminato dalla sua parola. Il fatto curioso è che nessuno ha visto l’atto di guarigione: ne appaiono solo le conseguenze. Colui che prima mendicava, cieco, ora ci vede. La prima fase del processo è quella popolare: i vicini sospettano di imbroglio il mendicante guarito. Qualcuno ipotizza uno scambio di persona. Il cieco conferma la sua identità, e fornisce un primo annuncio dell’opera di Gesù: un annuncio incompleto, perché egli non sa “dov’è” questo Gesù che lo ha guarito, e non può identificarlo e relazionarsi con lui. Il secondo passaggio avviene di fronte ai farisei. Paradossalmente sono proprio le loro domande, generate dal dubbio, ad accrescere la consapevolezza del cieco: colui che lo ha guarito è un “profeta”. Il terzo passaggio prevede l’interrogatorio dei genitori: essi da un lato attestano la trasformazione avvenuta, dall’altro prendono le distanze dal figlio, che dalla relazione fondamentale con loro è pronto per passare ad una nuova esistenza segnata dalla relazione con Gesù. La quarta fase del processo avviene di nuovo di fronte ai Giudei: anche questo interrogatorio è per il cieco un progresso di conoscenza: se Gesù non venisse da Dio, non potrebbe fare nulla; ma la sua apertura al riconoscimento determina la sua condanna all’espulsione dalla sinagoga. Sembrerebbe a questo punto che il processo sia finito: ma l’ultima parola spetta a Gesù. Lui è il vero giudice, lui solo può constatare ciò che è avvenuto. Colui che era cieco ora vede; coloro che si illudevano di vedere, sono resi manifesti nella loro cecità di fronte all’evento fondamentale, alla rivelazione di Dio in Gesù.

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