Liturgia
Diocesi di Mantova
Gesù invita stanchi e oppressi ad andare con lui

Contesto. Dopo le parole relative al discepolato del capitolo decimo, abbiamo ora una sezione che presenta le posizioni assunte dalle persone davanti a Gesù e al suo ministero (Mt 11-12). All'inizio incontriamo la perplessità del Battista che, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, si chiede se lui sia veramente colui che deve venire oppure se si debba aspettare un altro inviato. Per questo invia una delegazione ad intervistare Gesù. Poi si ha il giudizio durissimo di Gesù sulle città, che hanno assistito e partecipato al suo ministero e non hanno risposto con la conversione. A questo punto abbiamo le parole di Gesù sui discepoli (Mt 11, 25-30), il brano di questa domenica.
Contenuto. Il testo può essere suddiviso in tre parti. Dapprima incontriamo la preghiera di Gesù diretta al Padre (vv. 25-26) attraverso la quale lo ringrazia e lo benedice con una formula presa dalla tradizione spirituale ebraica: “Ti rendo lode, Padre…”. L'accento cade poi sulla motivazione della preghiera di lode. Il Padre ha scelto liberamente e gratuitamente “i piccoli” come destinatari privilegiati della rivelazione, escludendo “i sapienti e i dotti”. I piccoli sono coloro che Gesù chiama anche poveri e vanno identificati con i discepoli credenti, che accolgono con disponibilità e generosità la rivelazione del Padre offerta per mezzo di Gesù. I sapienti e gli intelligenti invece sono coloro che non accolgono la rivelazione di Dio, oppure dicono di accoglierla ma, attraverso comportamenti e scelte particolari, pongono invece al centro della vita se stessi e non la volontà del Padre. Nella seconda parte (v. 27) Gesù si presenta Figlio del Padre e suo unico rivelatore autorizzato. Egli infatti, in virtù della relazione col Padre e della sua conoscenza, può far conoscere Dio agli uomini: “Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre…”. Ne consegue che solo in una relazione vitale con la persona ed il messaggio di Gesù si può entrate nel cuore del cristianesimo ed incontrare veramente il mistero di Dio. Infine (vv. 28-30) Gesù invita tutti coloro che sono “stanchi e oppressi” ad andare con lui. Queste categorie di persone sono da identificare in coloro che sono oppressi, sovraccaricati e schiacciati dal regime farisaico della interpretazione della legge. A tutti costoro Gesù offre ristoro perché propone un modo nuovo di portare il “giogo” dell'alleanza e della legge del Signore. Questa non è più un peso connotato legalisticamente, ma attraverso Gesù, che vive con amore il rapporto col Padre, i comandamenti di Dio sono la possibilità unica e concreta di essere in comunione con lui. Egli, a differenza dei farisei, non solo fa conoscere la volontà di Dio, ma è il primo ad attuarla in modo pieno con amore generoso. Per questo Gesù può dire: “imparate da me, che sono mite e umile di cuore e troverete ristoro per le vostra vita…”.
Messaggio. Ai piccoli, ai discepoli del vangelo, Dio Padre fa conoscere e fa vivere per mezzo di Gesù tutto il mistero della salvezza. È attraverso Gesù Cristo che si ha la sicurezza di entrare e partecipare alla relazione di amore col Padre. Imitando Gesù ed imparando da lui, gli insegnamenti evangelici non sono da vedere come imposizione autoritaria da sopportare, ma manifestazione dell'amore del Padre. Se il vangelo è accolto con amore e vissuto con generosità, diventa la possibilità concreta che oggi abbiamo di vivere la comunione diretta col mistero di Dio.
Legame tra le letture. Gesù è la novità che ricrea il rapporto con Dio e con la sua volontà, espressa nella Legge. Questo tema è indicato anche nella prima lettura. Il testo profetico di Zaccaria riporta un oracolo di speranza maturato nel post-esilio. L'autore invita la comunità religiosa ad esultare e a gioire per la venuta del suo re: “Esulta grandemente figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco a te viene il tuo re”. Si presentano quindi le qualità di questo re ideale che giustificano il duplice insistente invito alla gioiosa esultanza: “Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d'asina”. Il re è chiamato “giusto” nel senso che rivela e attua la “giustizia” di Dio, cioè la sua salvezza. Nella tradizione biblica, infatti, Dio è “giusto” perché libera il suo popolo in forza della fedeltà al suo impegno. È chiamato anche “vittorioso” nel senso che la sua azione è efficace sempre. A questa realtà rivelata da Gesù, ed anticipata nel testo profetico, il cristiano partecipa se si lascia guidare dallo “Spirito di Dio” che abita in lui, come si esprime Paolo nella seconda lettura. La vita nello Spirito porta a superare il dominio della carne - inteso come regole, attivismo e mondanità - e a partecipare alla stessa vita del Risorto.
Zc 9, 9-10; Salmo 144; Rm 8, 9. 11-13; Mt 11, 25-30

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