Liturgia
Diocesi di Mantova
Il Triduo Pasquale e il cammino del credente: ripartire dal cuore del mistero

Entriamo nella grande Settimana Santa; disponiamoci a celebrare il Triduo Pasquale. Probabilmente siamo già ben preparati a questo dalla Quaresima; ma anche se fossimo impreparati, non è detto che la grazia di Dio non ci sorprenda, come quel centurione, di cui abbiamo ascoltato oggi nella lettura della Passione, che di sorpresa, toccato dalla vicenda della morte di Gesù, lo riconosce come Figlio di Dio.
Il nostro commento esegetico-liturgico si concentrerà su un dettaglio, un particolare: solo apparentemente fuori del mistero. Il rischio di perdersi nell’abbondanza di stimoli, di simboli, di suggestioni è grande: ma basta aggrapparsi ad un singolo appiglio per non essere sbalzati via dalla corrente, e riuscire a tuffarci al cuore del mistero. Seguendo la suggestione che guida il nostro anno pastorale, ci concentriamo sul camminare, sul mettersi in viaggio: da subito notiamo la sintonia profonda con il significato della parola ebraica PESAKH (Pasqua): il passaggio di Dio, il nostro passare con lui, dal servire il Faraone, dal dominio del peccato, al servizio di Dio e dei fratelli, al dominio della grazia, in cui non siamo più sudditi, ma compartecipi, fratelli di Cristo.
Già nella prima lettura del Giovedì santo risuona l’annuncio: l’agnello pasquale sarà mangiato “con i fianchi cinti, i sandali ai piedi, il bastone in mano; lo mangerete in fretta. È la Pasqua del Signore!”. Non si tratta di una cena tranquilla, di un rito conviviale sereno e pasciuto. Si mangia pronti a partire, a mettersi in cammino. I discepoli di Gesù sono forse convinti di poter fare una Pasqua “come tutte le altre”: ma Gesù è già pronto a partire, ad andare incontro alla croce, a dare inizio al grande cammino della sua carità, da estendere a tutto il mondo: “Fate questo in memoria di me”.
Un movimento del tutto particolare viene commemorato nel Venerdì santo: Gesù inchiodato sulla croce è, almeno apparentemente, la negazione del movimento e del viaggio. Sul Calvario ogni cammino sembra trovare un vicolo cieco, una strada morta. La lettura di Isaia offre una visuale diversa: “Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori”. Convergono verso Gesù, viaggiano verso di lui le sofferenze e i peccati del mondo. Il suo essere fermo, inchiodato, irrevocabilmente appeso è un essere perno, un poter far leva, un punto di appoggio dove la smisurata potenza del male può scaricarsi, per poter essere annullata.
La croce è solo apparentemente un vicolo cieco: in realtà essa apre una strada dove non era neppure possibile immaginarlo. Il dinamismo è già ben presente nella lettura della Pasqua, che ascolteremo nella veglia pasquale: “Perché gridi verso di me? Ordina agli Israeliti di riprendere il cammino. Tu intanto alza il bastone, stendi la mano sul mare e dividilo, perché gli Israeliti entrino nel mare all’asciutto”. Il popolo è intrappolato sulla riva del mare, con gli Egiziani che incalzano dietro. Tutto sembra perduto. Ma la voce di Dio, attraverso il profeta, rivela che esiste una strada: essa passa attraverso il mare, non lo evita; e neppure è necessario scendere a patti con gli Egiziani, per contrattare una schiavitù onorevole. Anche noi, come Israele, potremo attraversare il mare tempestoso delle nostre croci, sfuggire alla presa dei nostri nemici, se sapremo ascoltare la voce della parola di Dio, la memoria scomoda della sua salvezza che risuona nella liturgia.
Anche l’annuncio dell’angelo alle donne, così come risuona nel vangelo di Matteo, contiene una nota di movimento: “Ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete”.  Il Risorto è colui che precede: non è un nascosto che dobbiamo faticosamente trovare, ma è colui che riapre le strade che sembravano perdute. Rifarsi alla Galilea non è ripetizione inutile: si tratta della frontiera, del trampolino di lancio verso il mondo. Il crocifisso fuori della città chiama la sua Chiesa ad aprirsi al mondo intero. Ogni nostra parrocchia è chiamata ad essere la Galilea del Risorto: il luogo da cui si è partiti, il luogo da cui tutto può ricominciare.
Concludiamo distinguendo due modi di camminare: ci si può accostare alla Pasqua come le donne che vanno  “a visitare la tomba”, o come le donne che si mettono a “correre” per “dare l’annuncio ai discepoli”? I due cammini sembrano molto simili: le donne vanno insieme, unite da una profonda amicizia, hanno concordato un percorso comune, fanno memoria della loro storia; ma il primo cammino chiude, come una pietra tombale, la prospettiva su Gesù; il secondo cammino illumina la speranza per il futuro. Questo è il percorso che noi cerchiamo: suscitato dalla parola di Dio, acceso dalla presenza del Risorto.

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