Liturgia
Diocesi di Mantova
La vita di Gesù diventa nostra, piena di gioia

La celebrazione del mistero pasquale progredisce dall’annuncio del Risorto alla risonanza che egli ha nei confronti dei credenti. La sua vita diventa la nostra; il suo stesso modo di essere viene assunto dai discepoli. Come dice la colletta alternativa, rivolgendosi al Padre: “… siamo edificati anche noi in sacerdozio regale, popolo santo, tempio della tua gloria”. Il dato fondamentale della configurazione a Cristo emerge non come pura istanza utopica, ma come esperienza vivente, anche in mezzo alle fatiche della storia.
La prima lettura riflette l’esperienza della prima comunità di Gerusalemme, ripresentata in maniera esemplare. Il problema di partenza è però il pericolo della deviazione: i discepoli vivono da un lato la trascuratezza nei confronti di alcuni, dall’altro la mormorazione, potenzialmente disgregante e distruttiva. Il nodo critico, che già più volte abbiamo avuto modo di considerare, è l’aumento numerico, che diventa fonte di squilibrio e di tensione. Tra le righe si intuisce la formazione di due diversi nuclei, che tendono a dividersi in base all’appartenenza etnica e linguistica. Il problema viene risolto non con un passo indietro, ma con un balzo in avanti, suggerito dall’assistenza dello Spirito. Ai Dodici si affiancano i Sette, che sembrano avere una disposizione più specifica per il servizio, e una attenzione personalizzata per quella parte della comunità che proviene dalla cultura greca.
Diventa necessaria, di fronte alla crescita numerica, una articolazione istituzionale e organizzativa, che permette di mantenere il volto autentico della comunità: un insieme di persone che, animata dallo Spirito, seguendo le orme di Cristo, resta attenta ad ogni singola persona, e in maniera speciale ai più poveri.
Nel salmo responsoriale viene trasmessa all’orante una gioia contagiosa: “Esultate… Lodate…”: non si tratta di un fatto esclusivo del Nuovo Testamento. Il tema della lode è ben presente in molti testi dell’Antica Alleanza. Anche la ricerca della felicità è ben presente in tutte le varie declinazioni culturali del nostro mondo globalizzato. Possiamo rilevare però nell’ultima strofa l’elemento specificamente cristologico: ”l’occhio del Signore è su chi lo teme… per liberarlo dalla morte”. Solo in Gesù l’annuncio del salmo ha trovato pieno compimento: lui ha saputo fino in fondo “sperare nell’amore di Dio”; solo a partire da lui è possibile la completa “liberazione dalla morte”. Solo in lui dunque l’invito alla gioia può compiutamente realizzarsi.
Nella seconda lettura la sintonia tra Cristo e i credenti è espressa con l’immagine della “pietra viva”. Cristo è la pietra “rifiutata dagli uomini” che per la potenza di Dio diventa la base di un “edificio spirituale”. I credenti sono come pietre “scelte e preziose davanti a Dio”. Si noti che il carattere del brano non è esortativo, ma rivelativo-laudativo: “Onore a voi che credete”. Non si enuncia un progetto utopico, ma si aprono gli occhi su una realtà che ad occhi mondani non è immediatamente evidente.
Nel vangelo il legame vitale tra Cristo e i discepoli è espresso con una varietà di immagini: le “dimore”; il “posto preparato”; la facoltà di compiere le stesse “opere” di Gesù; la possibilità di “conoscere il Padre”. L’elemento oscuro sembra essere la “via”: Tommaso e Filippo, con le loro obiezioni, mostrano la difficoltà di raggiungere uno sguardo unificato. Per loro, Gesù, il Padre, la via da seguire sono ancora elementi dispersi, ed essi aspirano ad una sorta di conoscenza superiore. Si tratta invece di adeguarsi a Gesù (al limite, anche abbassandosi a lui), seguendo la via della sua umiliazione gloriosa.
At 6,1-7; Sal 32 Il tuo amore, Signore, sia su di noi: in te speriamo; 1Pt 2,4-9;  Gv 14,1-12.

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