Liturgia
Diocesi di Mantova
Parole e legami, nutrimento di vita

Lo sfondo dell’esodo
Il digiuno di quaranta giorni evoca l’esperienza dell’Esodo; per il popolo di Israele era stata la permanenza di quarant’anni nel deserto il momento della tentazione, in tutti i suoi aspetti: la tentazione della fame (a cui Dio aveva risposto con la manna), la tentazione della sfiducia (a cui Dio aveva risposto attraverso la continua assistenza di Mosè), la tentazione dell’idolatria (che era culminata nella festa attorno al vitello d’oro, e che si era riproposta periodicamente come tentazione di “tornare in Egitto”). Gli stessi quesiti, sotto rivestimenti diversi, si ripresentano per l’umanità di ogni tempo, anche per l’uomo moderno.

Il digiuno, la fame, il cibo
La pratica del digiuno è assunta da Gesù in linea con tutto il processo dell’incarnazione: il Dio fatto uomo si sottopone fin dall’inizio, con la stessa nascita, al limite insito nella creaturalità. L’evangelista invita a riconoscere in Gesù che digiuna l’adesione piena, fraterna, alla condizione umana, facendone emergere i valori positivi. Il simbolismo del digiuno mette in contatto la persona con il cosmo, con la comunità dei fratelli, con Dio stesso. L’autolimitazione volontaria e temporanea diviene esperienza del proprio limite: per vivere abbiamo bisogno di mangiare; e abbiamo bisogno di qualcuno che ci dia da mangiare; abbiamo bisogno di collaborare con gli altri e con il creato per sopravvivere. Il tentatore suggerisce di andare oltre il bisogno, entrando nella sfera del dominio: “Dì che queste pietre diventino pane”; vale a dire, insinua la possibilità di sfamarsi al di fuori della normale relazione con il creato e la comunità. Nutrirsi di un pane che viene dalle pietre significa in altre parole sganciarsi completamente dal legame con il cosmo, rendersi indipendente dal legame con i fratelli: diventare un superuomo, porsi al posto di Dio.

Non di solo pane
La risposta di Gesù rovescia i termini del problema, apre a una lettura positiva del bisogno: “Non di solo pane vivrà l’uomo”: la creatura umana, limitata, delimitata nella sua individualità, vive di relazioni, vive per le relazioni: “di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”. Perché è appunto l’ascolto della Parola che trasforma il bisogno, il limite, in possibilità di contatto, di relazione, di rendimento di grazie, di carità reciproca.

L’ascolto della Parola e delle parole
Il digiuno di Gesù, vissuto nell’abbandono fiducioso al Padre, nell’ascolto costante della parola divina, apre la possibilità di vivere in maniera relazionale, diventando modello per la nostra Quaresima. Chiaramente, l’autolimitazione non riguarda solo la sfera del cibo: si tratta anche, secondo la ripartizione classica delle opere penitenziali, di “fare elemosina” (autolimitazione della spesa), di “vivere nella preghiera” (delimitare un tempo per Dio). Chi ascolta la parola divina, avrà orecchi diversi anche per le parole degli “altri”, che tendenzialmente diverranno “fratelli” e “sorelle”, alla luce della carità dell’unico “Padre”. L’essere in relazione non è più maledizione, cintura limitante, ma benedizione, possibilità di incontro, possibilità di cammino comune.

La tentazione della sicurezza
Il meccanismo del potere, che si insinua nel cuore e lo fa aspirare ad una condizione divina, è presente in tutte le tentazioni. La seconda, più raffinata, esce dall’ambito grossolano del cibo, e si apre al problema della sicurezza: Dio dovrà proteggere il suo Figlio, così come i suoi figli, proteggendoli da ogni male. La risposta di Gesù, presa dalla parola divina, invita a “non tentare Dio”, a non metterlo alla prova. In realtà moltissime nostre azioni sono una sfida alla sicurezza: dal semplice fatto di mettersi in auto, al costruire case in zone sismiche, al maneggiare e manipolare gli elementi del cosmo (elettricità, onde radio, combustibili, le forze atomiche…): proprio il fatto di vivere connessi al mondo moderno implica la connessione a realtà non solo insicure, ma anche pericolose. Lo sforzo di raggiungere la sicurezza non fa altro che precipitarci in ordini diversi di pericolo. Se non altro perché la sicurezza per qualcuno (persone, gruppi, nazioni) implica necessariamente al precarietà di altri (persone, gruppi, nazioni). Quando impareremo a non sfidare Dio?

La tentazione dell’idolo
Il meccanismo del potere trova il suo vertice nel compromesso dell’adorazione idolatrica. “Adorami, e ti darò il potere”, ripete il tentatore, sotto infinite maschere, da quando i primi gruppi umani popolano la faccia della terra. Gesù risponde rifiutando completamente ogni compromesso: “Adora il Signore tuo Dio... lui solo”. A partire da lui esiste dunque un punto di riferimento differente: Gesù si presenta come una persona debole e fragile, che accetta la fame, la sete, la dipendenza dalla fraternità per mangiare e dormire; non un superuomo, che domina gli altri, ma un Figlio, un Fratello, che si mette al servizio di altri. Se lo accogliamo egli disloca le false convinzioni, ed apre alla pienezza della vita: “Adora il Signore tuo Dio”.

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