Liturgia
Diocesi di Mantova
Perdere la propria vita per ritrovarla in Cristo

Il vangelo della prossima domenica è la conclusione del cosiddetto discorso missionario del vangelo di Matteo: inviando i discepoli in missione, Gesù li istruisce e li esorta, preannunciando che essi condivideranno il suo destino di sofferenza. Nelle ultime battute del discorso, i discepoli sono chiamati a una scelta: riconoscere Gesù davanti agli uomini oppure rinnegarlo. La sua parola è “discriminante”, divide come una spada affilata: egli è venuto “a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera”. Colui che è mandato è chiamato a una scelta incondizionata e totalizzante a favore di chi lo manda. Gesù viene prima di tutto, anche prima dei vincoli parentali.
Il superamento dei legami famigliari nell’amore per Gesù è la cifra simbolica di una sequela radicale che domanda di stabilire con il Maestro un vincolo che va oltre la carne e il sangue nella rinuncia a soddisfare le esigenze della propria natura. Questo amore sa spingersi sino alla croce. È la prima volta che nel vangelo compare questa parola: “Chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà trovato la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà”. Gesù ripete parole simili, incamminandosi con i discepoli verso Gerusalemme: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà” (Mt 16,24-25). Seguire Gesù implica l’accoglienza della croce.
Nel contesto in cui si trova, prima della pasqua, l’espressione “prendere la croce” non può avere per i discepoli il significato singolare che assumerà dopo la morte in croce di Gesù. L’espressione, dunque, non significa immediatamente “morire” ma “rinunciare a un riconoscimento pubblico di sé”. Portando il patibolo, cioè il braccio orizzontale della croce fin sul luogo dell’esecuzione pubblica, il condannato a morte veniva esposto al pubblico ludibrio, perché tutti vedessero le conseguenze del crimine di cui era incolpato. Per Gesù il discepolo è uno che rinuncia ad affermare la propria identità al di fuori della relazione con Cristo, ponendo in secondo piano i propri diritti, anche quelli di figlio o di figlia, di padre o di madre.
Perdere la propria vita per ritrovarla è dunque rinunciare a trattenerla per sé, come proprio possesso, vivendo sulla difensiva e mettendosi al riparo da ogni ferita inferta dalla vita, per non farsi consumare dalle sue richieste esigenti. L’identificazione del discepolo con la pasqua di Gesù è radicale, come afferma Paolo, scrivendo ai Romani: “Quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte”. Il discepolo non può più pensarsi disgiuntamente da lui: in morte e in vita egli è “con Cristo”. Chi accetta di morire con lui sa in partenza che, “cucito a Cristo”, risusciterà con lui a vita nuova. Siamo al cuore dell’annuncio cristiano. Non a caso, tra i detti di Gesù nel Nuovo Testamento quello relativo al perdere la propria vita per ritrovarla è il più citato e quello che meglio esprime l’insegnamento del Maestro: la vita non è qualcosa da rapire o da custodire gelosamente. Chi liberamente accetta di morire con Cristo ritrova la sua vita in quella di Cristo, una vita eterna che non si esaurisce.
Questa disponibilità al martiro e al dono di sé è un’attitudine a “perdersi” fatta di gesti quotidiani, prima che di atti eroici sensazionali, come ci ricorda l’episodio evocato nella prima lettura: una donna sterile a Sunem apre la casa e la vita al profeta Eliseo. Spendendosi per lui con grande generosità, questa donna ritrova la fecondità di una vita e il profeta le assicura il dono insperato della maternità. Se il discepolo inviato in missione è una cosa sola con il Maestro, in morte e in vita, nelle cose più modeste come nelle grandi scelte dell’esistenza, allora è vero quanto Gesù afferma nelle ultime battute del discorso: “Chi accoglie voi accoglie me”. Se c’è identificazione con Cristo, perché “battezzati” in lui, allora chi accoglie il discepolo, accoglie Cristo stesso e, di conseguenza, il Padre che lo ha mandato; e accogliendo lui, anche nel segno della croce, troverà la vita! Gesù è chiaro al riguardo: c’è un dono da ricevere, perché “chi accoglie un profeta riceverà la ricompensa del profeta”. Questa mercede “degna di un profeta” spesso è il dono che il profeta stesso ha da fare a chi lo accoglie. La donna di Sunem riceve da Eliseo il dono della maternità: vita nuova nella sua casa. Chi accoglie il “profeta” Gesù, riceve da lui la vita che egli ha ricevuto dal Padre e chi accoglie i suoi inviati, riceve da loro quella ricompensa di vita che Gesù ha donato ai suoi. Accogliere la vita da Cristo è dunque il presupposto imprescindibile per vivere al modo di Cristo, cioè prendendo la propria croce e rinunciando al proprio tornaconto personale e a ogni forma di gratificazione egoistica.

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