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Festa di san Luigi Gonzaga * 21/06/2017
di Marco Busca
ven 23 giugno 2017

Lezionario liturgico: Fil 3,8-14; Mt 13,44-46

Il giglio e l’appestato: i due simboli di un santo integro e moderno

Si dice che i santi vedono Dio: per loro Dio non è un problema, è un’evidenza: Dio è, Dio c’è, la loro vita scorre alla presenza di Dio.

I santi vivono una loro contemporaneità con i misteri della vita di Cristo: tutto ciò che accade, accade “in Cristo”. Paolo desidera aver parte alla vita di Cristo: partecipare alle sue sofferenze, diventargli conforme nella morte, conoscere la potenza della sua risurrezione.

Per significare questa stretta unione con Cristo, si dice che i santi sono dei mistici: sono cuciti sulla Persona di Cristo a tal punto che la vita di Cristo rivive in loro. “Cristo vive in me”: è la sintesi della esperienza di san Paolo (Gal 2,20). Ma questo non è riservato a anime elette, vale per tutti i cristiani: la parola stessa “cristiano” contiene e deriva dalla parola, ben più grande, “Cristo”. Noi abbiamo ricevuto l’unzione dello stesso Spirito che ha unto Cristo e perciò gli apparteniamo.

Proprio perché i santi vedono Dio, sono contemporanei ai suoi misteri, sono dei mistici, dobbiamo riconoscere che la loro vita, almeno in buona parte, ci sfugge. Anche biografi laici (non credenti) hanno messo mano a studiare i santi per capire le loro origini, l’educazione, la personalità umana, le opere che hanno fatto. Ma la loro indagine si muove all’interno delle relazioni terrene dei santi studiati e apprezzati come personaggi di notevole interesse; ma ciò che sfugge è ciò che più conta: i santi intrattengono relazioni celesti. San Luigi Gonzaga è ritratto nell’iconografia davanti al Crocifisso oppure mentre prega la Vergine Madre. Gesù e Maria sono i protagonisti celesti della sua storia e rappresentano per il santo di Castiglione una reale presenza e una reale compagnia.

La prima lettura è una confessione ad alta voce di San Paolo. Sapete che lui era un ebreo, della tradizione giudaica più osservante, nemico dei cristiani. A partire da un certo momento la sua vita è radicalmente cambiata e Paolo spiega il segreto: sono stato conquistato da Cristo. Cristo ha liberato Saulo dalla religione giudaica che gli imponeva di sforzarsi per adeguarsi alle prescrizioni della legge, sentirsi giusto, farsi vedere giusto agli occhi degli altri, e ricevere il premio, la ricompensa per gli sforzi fatti.

Paolo arriva a dire con somma libertà che quest’impostazione religiosa non era un guadagno, ma una perdita: ciò che conta non è “una mia giustizia derivante dalla legge” ma la giustizia che deriva dalla fede in Cristo Gesù. Si entra nella giusta relazione con Dio perché Lui lo rende possibile. Ciò che conta per Paolo è guadagnare Cristo ed essere trovato in lui. Ciò che conta è il rapporto - “mistico”, dicevamo prima - con Cristo, cioè la fede. Tutto il resto è spazzatura, cioè roba senza valore, da gettare via perché non serve a nulla.

Possiamo verificare delle somiglianze nelle vite dei santi che vivono la stessa esperienza di Cristo. Come san Paolo anche san Luigi considera una “perdita” la sua origine nobile e i vantaggi legati alla sua condizione. Non si fa dirigere dai progetti di suo papà, Ferrante Gonzaga, e sin da bambino, alla corte di Madrid, prega così: “Mio Dio, dirigi tu”.

Luigi ha vissuto in prima persona l’esperienza di cui parla il Vangelo che abbiamo ascoltato: il regno dei cieli è un po’ come quando un uomo trova un tesoro nascosto nel campo; lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo. Ai tempi di Gesù le guerre erano un fatto frequente e le persone si dovevano spostare; prima di partire sotterravano nel campo ciò che avevano. Molti venivano ammazzati durante la guerra e non facevano più ritorno a casa. Capitava, perciò, che alcuni contadini, lavorando i campi incolti, scoprivano questi tesori nascosti e improvvisamente diventavano ricchi. Luigi Gonzaga, pur avendo una mamma santa, ha dovuto vivere nel terreno della mondanità di corte. A un primo giudizio si direbbe che le corti del tempo non era un terreno favorevole per fare un santo; ma proprio in quel terreno incolto San Luigi ha trovato il tesoro che era Cristo e ha venduto - cioè a messo a distanza, ha relativizzato - quelle condizioni nobili e agiate che considerava una perdita rispetto alla sublime conoscenza di Cristo.

Faccio due esempi presi dalle biografie di san Luigi. Quando con il fratello Rodolfo fu inviato presso la corte fiorentina dei Medici (1578) - allo scopo di sfuggire al rischio del contagio della peste che perversava a Castiglione e per ricevere un’educazione nobiliare - Luigi giocava nei giardini di Palazzo Pitti e vestiva secondo il cerimoniale di corte. Non gli sfuggiva l’atmosfera torbida e tragica che stagnava in quello splendore (assassini di corte, dissipazione e orge). Rifiutava di subire nel gioco la penitenza di dover baciare anche solo l’ombra di una ragazzina proiettata sul muro. È proprio in questo terreno sfavorevole che, quasi per contrasto, Luigi trova il tesoro di un amore casto, cioè integro, intatto. Lui stesso dirà che Firenze era stata «la culla e la madre della sua devozione»; lì si era innamorato della Santa Vergine. Il 15 agosto 1578, nella chiesa dell’Annunziata, quel bambino spontaneamente «si consacrò a Maria, come Lei si era consacrata a Dio», facendo voto di verginità. Nonostante la tenera età, intuiva abbastanza bene che cosa questo dovesse significare.

Il secondo esempio riguarda l’altra virtù caratteristica di san Luigi: la penitenza. Dalla corte di Firenze passa a quella di Mantova. Compie dei gesti che sarebbero giudicati quantomeno “strani” alla nostra sensibilità moderna: si veste di nero, si flagella, mangia pane e acqua. Continua con tenacia a manifestare il suo proposito di farsi religioso gesuita nonostante le resistenze del padre. La sua era una lotta durissima: il giovane marchese si rendeva conto che stava scardinando un sistema sociale e che ciò esigeva una tenacia, una perseveranza. Era la lotta interiore per guadagnare Cristo, preferire questo tesoro e rinunciare a quegli “averi”, quelle sicurezze sociali, che lo facevano solidale con il potere e con il lusso. Quando a Mantova, nel castello di San Sebastiano, poté aver luogo finalmente la cerimonia di rinuncia alla primogenitura, i biografi raccontano che un gran numero di sudditi s’era riversato piangendo nei cortili del palazzo: «Non eravamo degni – dicevano – d’avere lui per padrone… egli è un santo e Dio ce lo ha tolto». A chi ancora lo rimproverava per la sua rinuncia, rispondeva: «Cerco la salvezza, cercatela anche voi! Non si può servire a due padroni… è troppo difficile salvarsi per un signore di Stato!».

Per secoli san Luigi è stato venerato come il giovane del cuore puro, casto, innocente. Un giglio bianco e profumato tutto consacrato a Dio. A partire dalla metà dell’800, in un’Italia anticlericale, si è scagliata una violenta antipatia verso questa figura ritenuta “inutile in sé e dannosa da proporre all’imitazione dei giovani” perché esempio di un’umanità debole e rinunciataria. In cambio del san Luigi angelicato, un ragazzino magro e penitente, dal collo storto e il giglio in mano, si è offerta una nuova immagine, più alla moda, diremmo più “sociale” di san Luigi: quella del contestatore dei privilegi e quella del martire del volontariato. Conosciamo bene il gesto finale della vita di san Luigi, sintetico di tutta la sua santità: a Roma, durante l’epidemia di tifo, insieme ai suoi compagni gesuiti, Luigi serve malati e moribondi. Trovato un appestato morente all’angolo della strada e caricatolo sulle spalle, lo porta in ospedale. Avviene il contagia e Luigi resta a letto per quattro mesi; aveva solo la forza di scendere dal lettuccio per inginocchiarsi davanti al Crocifisso. A tutti diceva: «Me ne vado felice», e alla mamma nell’ultima lettera scrisse: «Non piangete come morto uno che ha da vivere per sempre davanti a Dio».

Penso a San Luigi come a un santo moderno. Il nostro santo di Castiglione può rappresentare una parola di Dio per l’oggi, soprattutto per le generazioni giovani, proprio perché tiene uniti il giglio e l’appestato che carica su di sé. Una figura di santità “integra” che ci ricorda che i gesti hanno una radice ed è nel cuore. San Luigi ha coltivato, attraverso la castità e la mortificazione, un cuore puro, cioè integro, non sporcato e corrotto dai desideri di possedere persone e cose allo scopo di un godimento egoistico. A noi che viviamo in un terreno culturale che induce a vivere in superficie, cercando appagamenti immediati per i sensi, san Luigi dice anzitutto di prenderci cura del cuore. Coltivare una robusta e trasparente interiorità è la via per costruire una vera socialità, una solidarietà a partire dal cuore e una politica che si fa carico degli uomini e delle donne che oggi sono colpiti dai molti mali che affliggono questi tempi, come Luigi ha preso sulle spalle quel fratello che rappresentava il suo tesoro nascosto nel campo, la sua perla preziosa, in quanto coincideva con Cristo stesso che lo aveva conquistato e che lui non voleva perdere.

San Luigi ci parla ancora oggi e a ciascuno di noi questa sera chiede: “E tu cosa sei disposto a vendere dei tuoi averi pur di acquistare il tesoro che è Cristo?”. Facciamo l’affare secondo il sistema economico del regno dei cieli: guadagniamo Cristo, non accontentiamoci di ciò che è “spazzatura”.

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