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Omelia del Venerdi Santo 2017
di Marco Busca
mer 19 aprile 2017

Il mio Regno non è di questo mondo

Omelia del vescovo Marco nell’azione liturgica della Passione del Signore.

La via Crucis e il cireneo, il Golgota con il buon ladrone sulla croce accanto a Gesù e Maria ai piedi del suo Figlio; le ultime parole di Gesù: Ho sete, tutto è compito, Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno, Padre nelle tue mani affido il mio spirito… tutto questo abisso di amore è il mistero di ciò che Dio ha fatto per l’umanità in quel Venerdì Santo. Il dramma del sacrificio d’amore di Dio ha già parlato al cuore di ciascuno di noi, lo ha toccato e aperto; una goccia dello Spirito Santo è entrata attraverso le piccole fessure che un atto di fede, anche timido, è in grado di aprire.
Io mi soffermo solo su un aspetto del Venerdì santo: la regalità di Gesù. Sul cartiglio affisso alla croce è scritto il motivo della condanna: “Gesù Nazareno Re dei Giudei” (Gv 18, 33.38; Gv 19, 3.19.18.21). Gesù viene processato davanti a Pilato che lo interroga proprio su questo punto: “Dunque sei tu Re?” (Gv 18, 37). E l’imputato risponde: “Tu dici che io sono Re” (Gv 18,37b). È Pilato che lo dice di Gesù e non Gesù di sé stesso. Cristo, infatti, finora non ha mai detto che è Re, sono gli altri che vorrebbero proclamarlo Re. Gli stessi Giudei sono venuti a prenderlo per farlo Re dopo che Gesù ha fatto il miracolo di moltiplicare il pane: hanno visto in lui chi poteva (e con facilità) risolvere per loro il problema del pane quotidiano (Gv 6,15). Hanno immaginato un Re Messia a partire da come funzionano i re di questo mondo. Ma Gesù non entra nei loro schemi e ora i capi dei giudei chiedono che sia crocifisso e lo conducono davanti a Pilato a cui tocca decidere. Il governatore romano – che in verità vede in Gesù più un sognatore che non un rivoluzionario politico – lo interroga per rendersi conto di quale tipo di regalità Gesù parla.
Gesù risponde a Pilato specificando subito che il suo Regno non è di questo mondo, non è di quaggiù. Gesù nega quel modo di essere Re che ha visto nelle mani del diavolo durante le tentazioni del deserto quando l’avversario gli suggeriva di imporre il suo Regno con l’arma del potere: seduci (cioè conduci a te) gli uomini facendo valere la tua superiorità (“se tu sei il Figlio di Dio dì a questa pietra che diventi pane”), usa il potere per dominarli (Lc 4,1-13). Satana si augura un Dio sovrano che seduce schiacciando; il popolo di Israele aspetta un Re-Messia grandioso e spettacolare. In entrambi i soggetti c’è un’ambiguità di fondo nell’interpretare la regalità di Gesù. E allora Gesù fa chiarezza: “il mio Regno non viene da questo mondo”. Gesù non nega che Dio abbia un Regno ma il succo della questione riguarda la forma della sua regalità che c’entra ben poco con la regalità di questo mondo.
Nel suo dialogo con Pilato, Gesù passa dal negativo al positivo e dice finalmente quale è la forma della sua regalità: “Tu lo dici: io sono Re. Per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità” (Gv 18,36). Il Regno di Cristo ha a che fare con la verità. Per la Bibbia la verità non sono le idee prodotte dal cervello umano ma la Verità è la manifestazione del disegno di Dio. Gesù è “pieno di grazia della verità” (Gv 1,14) perché lui è la piena rivelazione del disegno di Dio. Gesù ha detto che lui stesso è “la Verità” (Gv 14,6) perché in lui è condensato il disegno del Padre. La verità è la manifestazione di Dio come Padre nell’uomo Gesù e questo Figlio, mentre manifesta Dio come Padre, manifesta anche la verità dell’uomo che è quella di essere figlio. Questo non significa solamente che Gesù, uomo perfetto, è il modello dell’uomo, vi è molto di più: l’uomo è figlio perché innestato dentro la vita della figliolanza che è Gesù stesso. Infatti Gesù ha detto non solo “Io sono la Verità” ma anche “Io sono la Vita”. Siamo figli del Padre perché siamo dentro la vita del Figlio, perché lui ci passa la vita come figliolanza. Ma essere figli significa essere in un rapporto di comunione con il Padre; infatti Gesù non ci trattiene in un rapporto chiuso su di lui ma ci porta al Padre. Il vangelo di Giovanni dice che Dio nessuno lo ha mai visto, ma “il Figlio Unigenito che è tornato nel seno del Padre lui ha aperto la via” (Gv 1,18). La triade del percorso della figliolanza è così completa: Cristo è la Verità che ci manifesta che siamo figli, è la Vita che ci innesta in sé per farci essere figli ed è la Via che ci riporta al Padre. Comprendiamo più profondamente perché Gesù si è presentato come il buon pastore ovvero la guida delle pecore che “ascolteranno la sua voce e la seguiranno” (Gv 10,27). Ma questo pastore è ferito, percosso, crocifisso. Infatti il libro dell’Apocalisse dice che loro pastore sarà l’Agnello che è stato immolato eppure vive in eterno (Ap 7,17; 13,8; 5,6.12). I credenti sono coloro che formano il seguito dell’Agnello e lo “seguono dovunque Egli va” (Ap 14,4). Questa è l’immagine vera del Regno: l’unità totale dell’umanità nel Cristo. Le pecore che lo seguono realizzano il Regno dell’Agnello e Cristo le conduce direttamente nella comunione con il Padre, in quanto lui è il Figlio. Il Regno è la figliolanza universale: ciò che Gesù è per il Padre, la sua esistenza di Figlio, viene estesa sull’umanità intera. Il Cristo-Uomo diventa il Cristo-Umanità. Pilato stesso, pur essendo inconsapevole della portata di ciò che sta dicendo, ha espresso questa grande verità quando, innanzi a Gesù, ha detto: “Ecco l’uomo” (Gv 19,5).
Noi stasera abbiamo fatto l’esperienza di un popolo in processione, che segue un Agnello ferito che lo guida alle fonti delle acque della vita. Mentre camminavo con voi pensavo ai milioni di uomini e donne che da 2000 anni sono entrati in questa lunga processione; pensavo ai santi, ai martiri, a tutti i processati, gli uccisi, gli innocenti della storia, a tutti quelli che hanno saputo perdonare, fare il Cireneo, asciugare lacrime con i panni della compassione come la Veronica. Sono tanti gli uomini e le donne che l’Agnello ha sedotto e attirato dietro a sé con le armi deboli dell’amore e del sacrificio. Questa processione, che non si lascia deviare verso i cammini seducenti del potere di quaggiù ma segue i santi segni del Preziosissimo Sangue di Gesù, questa processione della figliolanza è il suo Regno.
Cosa possiamo fare noi per Cristo in questo Venerdì santo? Gesù una volta ha detto che “ogni regno diviso in sé stesso va in rovina” (Lc 11,17). Non dividiamoci fra noi; non dividiamoci nelle case, nelle nostre parrocchie, nei gruppi, nella città; non disperdiamo la processione uscendo dal cammino dei discepoli dell’Agnello, anche quando siamo stanchi o delusi della Chiesa. Non laceriamo la Chiesa, non disputiamoci la tunica di Cristo, non presentiamo a Cristo al posto del calice condiviso il fiele delle nostre divisioni. La Chiesa è la sua tunica, tunica senza cuciture; guadagnata a prezzo del suo sangue, non si può strappare. Se stasera vuoi consolare il Cristo deposto dalla croce consacrati al suo Regno, offriti per ricucire senza sosta il tessuto di luce della sua tunica. Non uscire dalla processione dietro la Croce e il Sangue.
Tutti una cosa sola in Cristo. Tutti figli nel Figlio. Ecco il Regno, Ecce Homo.

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