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Omelia ordinazioni presbiterali * 11/06/2017
di Marco Busca
lun 12 giugno 2017


“Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito” (Gv 3,16). Dio ha tanto amato Mantova da dare a noi due dei suoi figli che oggi diventano preti: servi del Figlio sacerdote.

Cari Yuri e Andrea, siete ordinati nella solennità della santa Trinità. Non è una mera coincidenza di date. Questo sarà lo sfondo spirituale e pastorale del vostro ministero.

La solennità della Trinità è la festa di sintesi. Ciò che essa celebra non è un particolare aspetto della nostra fede, tra i tanti che l’anno liturgico ci fa ricordare, ma “tutta” l’opera della salvezza. Le letture che abbiamo ascoltato sintetizzano tutta l’opera di Dio in una parola: Amore.

Dio ha tanto “amato” il mondo. In quanto preti voi siete costituiti annunciatori dell’amore. Dice il salmista: “Canterò in eterno l’amore del Signore” (Sal 89,2). La precedenza non va data alla denuncia di ciò che l’uomo non fa e dovrebbe fare per Dio, non al rimprovero per le incoerenze e le distanze degli uomini dal Vangelo, che pure ci sono e non vanno sottaciute. La priorità va data all’annuncio della buona notizia che Dio ha mandato il suo Figlio non per condannare ma per salvare il mondo. Il prete – come ogni altro evangelizzatore – esiste per annunciare che gli uomini non sono condannati ma amati.

L’arte di introdurre a un rapporto personale con lo Spirito Santo
Giovanni precisa che Dio ha “tanto” amato il mondo, perché quando Dio ama non dona mai meno di stesso. L’amore di Dio ha un nome e un volto: quelli del Figlio. Gesù è il dono del Padre. Chi crede in Lui – e credere significa aderire – ha la vita eterna, la vita dell’eterno, la vita di Dio che si unisce alla nostra vita umana. Sempre l’evangelista Giovanni dice che a coloro che hanno accolto Gesù è dato il potere di diventare figli di Dio (Gv 1,12). È un fatto che noi non siamo in grado di accogliere Cristo: “venne tra i suoi e i suoi non l’hanno accolto” (Gv 1,11). Ma domenica scorsa abbiamo celebrato la Pentecoste: lo Spirito scende su di noi e dispone i nostri cuori per renderci capaci di accogliere il Figlio. Ciò che corre tra il Padre e il Figlio è inaccessibile alle nostre forze. Ma lo Spirito prende dal Figlio e ce lo dona. Lo Spirito ci mette nel cuore il Nome di Dio: “Abba”. Ecco il tanto amore di Dio: il dono di Cristo, accolto per opera dello Spirito che il Padre ha mandato e che ci rende figli.
La missione della Chiesa non consiste solo nell’annunciare il dono, che è Cristo, ma anche nell’introdurre all’arte di come accogliere Cristo risorto attraverso lo Spirito. Altrimenti Gesù rimane un personaggio del passato, un evento interessante per la storia culturale e religiosa dell’umanità ma non diventa il mio personale Salvatore e Signore. Qualche tempo fa in un’omelia ho citato la frase di un Padre della Chiesa che ricorre a questa immagine per dire come l’uomo può accedere alla vita trinitaria: “la casa è il Padre, la porta è il Figlio, la chiave di accesso è lo Spirito” (Simeone di Tessalonica). Al termine della Messa un uomo si avvicina e mi dice: “finalmente ho capito che ciò che mi manca è la chiave”. La chiave di accesso a Gesù è la vita nello Spirito.
Cari Andrea e Yuri, fra poco sarete unti con il crisma, siete già portatori dello Spirito per il dono ricevuto nella iniziazione cristiana, ma oggi diventate ministri dello Spirito. Apprendete sempre più l’arte pastorale di come far accogliere Dio agli uomini. Accogliere non è un atteggiamento scontato, neppure per i credenti; dopo il peccato, per l’uomo è più facile conquistare, meritare, darsi obiettivi religiosi piuttosto che accogliere Cristo, il dono del Padre, rendendosi aperti e docili all’azione dello Spirito.

Accogliere il Figlio significa diventare veramente umani
Muovendoci in quest’orizzonte trinitario puntiamo ora lo sguardo sul Figlio. Gesù, il dono del Padre per noi, è vero Dio e ci rende figli, ma anche vero uomo che ci fa uomini veri. Noi non sappiamo cosa sia l’uomo fino al momento in cui ci scopriamo amati da Dio e accogliamo in noi il Figlio. Fino a che non ci è data la vera umanità, quella di Gesù, non sappiamo cosa sia l’uomo. Accogliendo Cristo si diventa uomini veri, uomini autentici. Quando Gesù parla di sé, come Dio e come uomo, dice che in lui abita il Padre: il Padre è in me e io nel Padre. Alle orecchie dell’uomo moderno le parole “in me c’è un altro” suonano come un fatto alienante, un esproprio: fare posto a un altro significa perdere sé stessi, non occupare più tutto il “proprio” posto è un attentato alla libertà. Gesù, nella sua umanità, fa vedere il Padre (“chi vede me vede il Padre”) e proprio quando è totalmente trasparente al Padre, perché realizza pienamente la figliolanza, è pienamente sé stesso anche come uomo. Sulla croce, quando il Figlio è totalmente rivolto verso il Padre e aderisce in tutto alla sua volontà, può dire: “tutto è compiuto”. Ecce homo. Ecco l’uomo compiuto.

Gesù è stato sacerdote (cioè pontefice, mediatore, ponte per ricondurre l’umanità a Dio) vivendo la sua umanità da Figlio obbediente al Padre. Questo aspetto è di vitale importanza per l’umanità del prete. L’umanità è fondamentale per la missione del prete; non una qualsiasi umanità, bensì un’umanità compiuta nella figliolanza. Non è secondario che il vestito umano del prete sia una personalità geniale, intelligente, magari anche forte, ricca di sensibilità e creatività, tutto questo ben venga! Ma decisivo è che con il tessuto della sua umanità il prete si rivesta del Figlio. Il rito della vestizione vi ricordi questo: la vostra umanità è sopravvestita del sacerdozio di Cristo, è in parte coperta e in parte manifestata come umanità trasfigurata. Quella del prete maturo è l’umanità compiuta nella figliolanza. Una realizzazione dell’umanità del prete staccata dalla figliolanza non collima con il sacerdozio. Ecco perché la sapienza della chiesa pone prima dell’ordinazione la promessa di obbedienza. Mettete le vostre mani in quelle del vescovo, ma sotto le mani del vescovo ci sono quelle del Padre che vi custodisce, vi genera e vi manda ai fratelli, come ha fatto con Gesù. Ogni passo in avanti nella figliolanza sarà anche un passo in avanti nella maturità sacerdotale.

Paolo dice: “tendete alla perfezione” (2Cor 13,11). È frequente nella vita di un prete dover fare i conti con le sue imperfezioni. E anche gli altri fanno i conti con le carenze di un prete. È anche possibile che gli occhi dei fedeli si fissino più che sull’Ostia, sulla mano che la sorregge. La conosciamo bene questa mano: è la nostra povera mano, tremante come la mano di un peccatore che osa presentare Cristo. Ma subito dobbiamo aggiungere: né questa mia mano, né questo mio corpo di peccato è il Cristo, benché gli facciano da ostensorio. Con l’avanzare degli anni un prete impara ad essere povero e a non avere più paura di esserlo. Questo ci rende liberi di dire a noi stessi e agli altri di non fermarsi ai nostri dati umani, di non confrontarsi con la nostra personalità, sebbene sia quella di un uomo-figlio e di un uomo-sacerdote. Proclamiamo che Cristo è luce piena, radiosa, splendida e può servirsi anche delle nostre ombre senza essere oscurato. Può capitare che non solo le virtù ma anche le carenze dei preti incoraggino alcuni uomini ad avvicinarsi a Cristo.

Non potremo mai, tuttavia, adagiarci nel fare un elogio della nostra debolezza fine a sé stesso; sarebbe un alibi alla mancanza di impegno nel corrispondere alla chiamata. La nostra debolezza la constatiamo e restiamo umili. Fra qualche minuto, mettendovi tra le mani il calice e la patena, il vescovo vi dirà: “Renditi conto di ciò che farai, imita ciò che celebrerai, conforma la tua vita alla croce di Cristo”. Ogni giorno avrete tra le mani quel pane e quel calice e direte le parole alte, sublimi e serissime: “Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue… per voi”. Ogni giorno cresca la consapevolezza che proprio questa vostra umanità debole in forza dell’ordinazione che oggi ricevete è una umanità teofanica, cioè che manifesta Dio, che lo rende visibile. I pellegrini che andavano ad Ars, interrogati sui motivi che li spingevano a voler incontrare il santo curato di quel paesino sperduto, rispondevano: “Andiamo a vedere Dio in un uomo”. Un prete, prima che da ascoltare, è da vedere. Parla con il suo stile. Paolo dice ai cristiani di Corinto che sono “una lettera di Cristo … scritta non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente, non su tavole di pietra, ma su tavole di cuori umani” (1Cor 3,3). Anche voi siete una pagina di vangelo scritta sulla carne della vostra umanità. Siate leggibili, si possano decifrare in voi le sillabe della scrittura divina.

Preti “padri” del popolo a immagine del Padre
L’ultimo colpo d’occhio su questo scenario trinitario va al Padre, origine di tutto. Il libro dell’Esodo ci ha presentato Mosè che è ammesso a contemplare Dio. Dio scende nella nube: gli appare, si ferma presso di lui, gli passa davanti e gli svela il suo Nome, si fa conoscere: “Sono il Signore, Dio misericordioso e pietoso, ricco di amore e lento all’ira”. Mosè conosce il nome di Dio, cioè la sua identità più intima, ma non alla maniera di un individuo solitario che si estranea dal mondo per cercare un’esperienza religiosa soddisfacente. È davanti a Dio, gli parla come un amico parla a un amico, ma sta lì come la guida e il padre del suo popolo.

Mosè conosce la fatica del mestiere di chi deve guidare gli altri. Non lo nega: il suo “è un popolo di dura cervice”. Un popolo che fa tribolare Dio e anche il suo servo Mosè. Tuttavia Mosè non si estranea dalla condizione del popolo e dal peccato del popolo: il popolo è suo e anche il peccato di questo popolo lo sente suo. Non dice a Dio “perdona le colpe del tuo popolo”, ma dice “perdona le nostre colpe e il nostro peccato”. Popolo e sacerdote sono due concretezze congiunte e comunicanti.

Anche nella vita dei preti ci può essere la tentazione di essere delusi dal popolo. Spesso il ministero ci fa imbattere in insuccessi e vediamo sfumare i nostri progetti umani e pastorali. In quelle ore dobbiamo ricordarci che Gesù ha realizzato il sacerdozio nella forma paradossale della Pasqua: un apparente insuccesso coincide con la massima manifestazione del Padre. E dobbiamo pregare perché nessuno vada perduto, specie chi è colpito dal lutto e potrebbe disperare, chi ha poco di tutto: pochi soldi, pochi amici, poco lavoro, poco futuro. Cominciamo dai perdenti, sono più sensibili alla salvezza di Cristo. Ma il nostro cuore non scarti nessuno, mai e per nessuna ragione, nemmeno chi ci è ostile. È proprio nelle prove che emerge la bontà dei buoni e abbiamo l’occasione per dare testimonianza del Vangelo. Don Primo Mazzolari spiegava così l’esperienza dell’incomprensione del prete da parte del popolo: “Gli uomini non credono facilmente che ci sia qualcuno che voglia loro bene senza interessi. Prima di credergli vogliono vedergli il cuore. Hanno fatto così anche con il Signore”. Le provocazioni, le resistenze, i rifiuti della gente sono un’occasione per vagliarci il cuore, perché il cuore mostri cosa ha dentro, di che cosa vive.
Cari Andrea e Yuri, anche voi, come parecchi nostri sacerdoti in questi giorni, assumete un servizio per le nostre comunità. Come iniziare? Alla maniera di Mosè. Iniziate vivendo un’immersione paterna nelle storie e nella vita di queste persone, soprattutto pregando per loro. Iniziate così, incontrandoli al cospetto del Padre, chiedendo a Lui di amarli con la carità pastorale di Gesù e con cuore paterno. Coinvolgetevi con l’affettività dell’uomo maturo in Cristo. Il celibato è un via per arrivare al cuore integro che ama con totale dedizione. Un prete che non ci mette il cuore è un prete a ore, non un padre.
San Paolo, nella seconda lettura, menziona una ricchezza di sentimenti che sa esprimere un cuore affettivamente maturo. Siate gioiosi: se siamo uomini liberi da noi stessi e dalla preoccupazione per noi stessi, siamo uomini gioiosi, siamo preti felici. Vivete in pace: nessun ostacolo ce la può togliere perché non viene dal mondo; è la pace di Cristo “che supera ogni intelligenza e custodisce i nostri cuori e le nostre menti in Cristo Gesù” (Fil 4,7). Siate gli uomini del bacio santo: dato all’altare all’inizio e alla fine della Messa, il bacio santo della carità dato alla sposa di Cristo è il sigillo che apre e chiude le nostre giornate di preti, tutte dedite ad annunciare che il nostro Dio, la Santa Trinità, ha tanto amato il mondo.

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