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Omelia solennità di sant'Anselmo *18/03/2017
di Marco Busca
sab 18 marzo 2017

L’incontro tra Gesù e la samaritana: uno specchio per la nostra chiesa mantovana
Quest’anno la celebrazione di s. Anselmo è inserita nella liturgia della III domenica di Quaresima. La scena che predomina nelle letture cha abbiamo ascoltato è l’incontro di Gesù con la donna samaritana presso il pozzo di Giacobbe.
Ho cercato di vedere rispecchiati in questa pagina evangelica alcuni aspetti della vita della nostra chiesa diocesana e ve li propongo.

Gesù incontra la donna samaritana al pozzo. Non a caso. I pozzi erano i luoghi dei fidanzamenti, dove si stipulavano i contratti di matrimonio (ricordiamo come Isacco al pozzo ha trovato sua moglie Rebecca) e la richiesta dell’acqua tradiva la richiesta di una relazione: “dammi acqua” cioè “soddisfa la mia sete”. L’evangelista Giovanni apre la pista dell’alleanza sponsale: Dio offre una comunione di vita con l’uomo e l’AT la interpreta in chiave sponsale. Nel Cantico dei cantici la stipula dell’alleanza è letta proprio così: “il mio diletto è per me e io per lui”. Ancor più esplicitamente il profeta Osea propone l’immagine di Dio come sposo e di Israele, il popolo, l’umanità, come la sposa. Poi c’è stato un processo di decadenza: la religione è diventata un’osservanza di riti esteriori, di consuetudini, di precetti. Ma questa religione lascia il cuore secco e a lungo andare l’uomo si disaffeziona a un sistema religioso che non comunica più l’acqua viva dello Spirito.

Gesù chiede “dammi da bere”, per suscitare nella donna la richiesta: “dammi quest’acqua perché io non abbia più sete”. Nella nostra chiesa c’è sete di Dio. Come cristiani dobbiamo prenderci cura della sete di acqua viva che c’è nel mondo. I cuori cercano l’acqua che zampilla per la vita eterna. Come chiesa possiamo offrire agli uomini contenuti molti validi, ma se non offriamo loro la vita di Dio resteranno sempre assetati. Non si tratta nemmeno di rispondere a tutti i bisogni per dissetare le aspettative della gente…spesso si tratta di assetare le persone, di fargli venir sete di Dio, di aiutarli a dare un nome profondo ai desideri che hanno dentro.

Mi pare che la nostra chiesa sia chiamata a moltiplicare i pozzi di Giacobbe dove è possibile attingere l’acqua dello Spirito. Ma il pozzo di Giacobbe ha 32 metri di profondità! Si tratta di aiutare i cristiani a scoprire e curare la vita loro vita interiore, quella profonda, ad abitare il proprio cuore come spazio di Dio: insegnare a pregare, a immergersi nella Parola, a contemplare, a conoscere sé stessi in Dio, a sperimentare che tra noi c’è comunione quando siamo in comunione con la santa Trinità. Origene – un cristiano dei primi secoli – parla del pozzo di Giacobbe e ne vede al contempo il pozzo della Bibbia e il cuore stesso dell’uomo: Il pozzo della Samaritana è il pozzo delle Scritture. Attingi ogni giorno al pozzo delle Scritture e Cristo si fidanzerà a te. Se uno viene al pozzo e ad esso attinge acqua, cioè attinge le parole della fede, troverà nozze degne di Dio: la sua anima infatti si unisce a Dio. Attingi ogni giorno al pozzo delle Scritture e scoprirai il tuo pozzo interiore. Cristo è venuto e ci ha aperto i pozzi e ci ha insegnato a cercare Dio non in qualche luogo, ma nel cuore.

La relazione tra Gesù e la donna non avviene in un quadro ideale, anzi la donna va al pozzo a mezzogiorno, forse per non essere vista da nessuno; la sua storia non è lineare, la sua vita affettiva è ferita. In una raffigurazione di questa scena evangelica al posto dell’anfora per attingere acqua dal pozzo si ritrae un’urna funeraria che contiene le ceneri della vita morta di questa donna: i suoi tentativi amorosi falliti, i suoi insuccessi, la sua ricerca frustrata di acqua viva. E avviene uno scambio tra la donna e Gesù: lei versa la cenere della sua urna nella mano di Gesù che raccoglie il contenuto misero di questa vita e le porge in cambio l’anfora di acqua viva. È una bella immagine della chiesa: in questo ospedale da campo si accolgono uomini e donne feriti; la chiesa stessa prima di essere medico è il malato che si lascia curare da Dio. Penso che la nostra chiesa mantovana, come ogni comunità ecclesiale, debba riscoprire la sua maternità rispetto all’umanità; affidandoci la missione Dio ci dona viscere materne per accogliere le fragilità, tutte le fragilità specialmente quelle legate alle ferite e ai drammi familiari.

Gesù dice alla donna: “Se tu conoscessi il dono di Dio”. Leggo queste parole sulle labbra dei tanti catechisti, animatori della fede, sacerdoti e religiose impegnati nell’evangelizzazione. Anche nella nostra chiesa possiamo immaginare l’evangelizzazione a diversi livelli: ci sono anzitutto le forme del primo annuncio che vogliono risvegliare la sete, far scattare l’attenzione di Dio: Se tu conoscessi il dono…accompagnano le persone al desiderio e alla domanda: dammi da bere!

C’è ancora una buona fetta di cristiani che si riconoscono in quella che noi spesso chiamiamo religiosità popolare. Come collocarla? È illuminante la situazione religiosa della samaritana, Gesù parte dal livello religioso in cui lei si trova. La sua era la religiosità ricevuta dalla tradizione i Samaria: il culto legato al monte Garizim. Gesù le dice che sta adorando chi non conosce bene e poi le fa fare il salto: dall’adorazione di un Dio ancora generico al Padre che non cerca adoratori qualsiasi ma adoratori in Spirito e Verità. Anche per la nostra chiesa è importante evangelizzare le forme della religiosità popolare ancora diffusa, approfittando di tutte le opportunità per annunciare che quando si parla di Dio ci si riferisce al Padre di Gesù e Padre nostro.

L’evangelizzazione è un itinerario che porta alla maturità del discepolo. Con la samaritana Gesù adotta una pedagogia per gradi successivi fino a condurre la donna in cui ha risvegliato un primo interesse, a riconoscere pienamente chi è il suo interlocutore, Durante il dialogo tra Gesù e la donna si approfondisce sempre più l’identità di Gesù e la donna usa dei titoli, dei nomi, per designarlo che si avvicinano sempre più alla sua intima verità: comincia col chiamarlo signore, poi profeta, poi Messia-Cristo e giunge a confessarlo come il salvatore del mondo. Anche nella missione della nostra chiesa dobbiamo prestare attenzione a diversificare i cammini e a offrire itinerari di approfondimento della fede: dal primo annuncio al discepolato maturo. L’arte della trasmissione della fede richiede l’incontro, il dialogo prolungato, il colloquio spirituale, sulla falsariga del metodo pastorale di Gesù. Auspico che anche nella nostra diocesi uomini e donne, sacerdoti e laici, che hanno incontrato il Signore siano accompagnatori dei fratelli secondo un carisma di maternità e paternità spirituale: prendersi cura della fede dei fratelli, finché sia generato Cristo in loro e giungano alla statura dell’uomo perfetto.

C’è ancora un aspetto dell’incontro della donna con Gesù che vorrei sottolineare: da quell’incontro esce trasformata: da evangelizzata diventa evangelizzatrice. Il testo annota un particolare: ella lasciò l’anfora. Lascia l’oggetto che prima le serviva nel suo tentativo di prendere acqua: ormai l’ha trovata. Se poi pensiamo a quella come a un’urna cineraria, ormai una donna nuova non deve più occuparsi delle ceneri del suo passato. E cosa fa? Andò in città e disse alla gente… Ecco il movimento più congeniale dei cristiani: vanno verso la gente, vivono in mezzo alla gente. Se vuoi capire se sei maturo non guardare se hai vinto i tuoi difetti ma se sai restare in questo dinamismo di slancio, se sei capace di lasciarti coinvolgere, con la furbizia intelligente di non lasciarti scappare di mano le opportunità di crescita. L’umanità condivisa si trasforma in luogo di annuncio. Infatti la donna dice: Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia forse il Messia? Ho visto un “uomo”! Che bello se lo dicessero di ciascuno di voi: non un ragazzino capriccioso, una eterna adolescente, un adulto complessato, un anziano ripiegato... Ho visto un cristiano: è un uomo! Teofilo di Antiochia dice: Fammi vedere che uomo sei e io ti dirò chi è il tuo Dio. La nostra umanità sana, non attorcigliata su di sé ma che va verso la gente, che rimane nella condizione dello slancio è una cristofania. Cristo è l’uomo perfetto, “l’uomo massimo” (Nicolò Cusano). Sarà bello se la nostra chiesa riuscirà a manifestarsi come veramente umana perché divino-umana.

E l’uomo vero, perfetto, è l’uomo che vive nella comunione, potremmo dire l’uomo ecclesiale, che ha coscienza di sé come membro del corpo di Cristo. Il nostro patrono S. Anselmo aveva un amore straordinario per la Chiesa che voleva libera da compromissioni col mondo (nell’autonomia dal potere politico e nella fedeltà, specie dei suoi ministri, al Vangelo). In alcune lettere esorta coloro che si erano posti all’esterno della chiesa a ritornare nella comunità cristiana. Il tono vibrante dei suoi scritti ci fa pensare che sentirsi chiesa significa sentire anche il dolore di una madre per i figli assenti, dispersi, non cercati a sufficienza, non attesi. È un doloro che viene dall’amore che patisce le lontananze. Scrive il vescovo Anselmo: Vieni alla madre Chiesa addolorata e per te gemente… è la sola che con fiducia intercede per gli erranti. Vieni con fiducia all’abbondanza della madre Chiesa, dal cui utero ti sei allontanato per essere alimentato con lei. Dio infatti è capace di reinserirti. A lui nulla è impossibile e certo godrà per te, ti getterà le braccia al collo, ti metterà il vestito più bello e immolerà il vitello grasso per il figlio prodigo.

La nostra voglia di Chiesa, di una chiesa fraterna, di una chiesa dove ci scambiamo i doni di Dio, i carismi, i passaggi della grazia nella nostra vita, traduciamola in un amore concreto per la nostra chiesa diocesana, investendo ciascuno i suoi talenti per renderla più unita al suo Signore e più slanciata verso la gente.

Sant’Anselmo  intercedi per noi. Amen

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