Notizie e articoli
Relazione alla V Conferenza dei consigli pastorali * 23/04/17
di Marco Busca
ven 26 maggio 2017

La relazione proposta è sul consigliare, il servizio specifico affidato in quanto consiglieri pastorali delle comunità. La scaletta della relazione prevede quattro passaggi:

  1. Quale immagine di Chiesa siamo chiamati a vivere e perciò anche a consigliare.
  2. Le difficoltà operative e le frustrazioni che esistono rispetto a questi organismi di partecipazione.
  3. Per prendersi cura delle forme concrete con cui noi esercitiamo quest’arte del consigliare: cosa è, cosa implica il consigliare dentro la Chiesa, concretamente.
  4. Quattro attitudini del consigliere.
1 - L’IMMAGINE DI CHIESA che siamo chiamati a vivere e insieme anche a realizzare
Noi viviamo da decenni un tempo di discernimento riguardo alla forma della Chiesa. Paolo VI, quando ha iniziato il secondo periodo del Concilio, ha posto una domanda che va bene anche oggi: ‘Chiesa che cosa dici di te stessa?’.
È l’autocoscienza della Chiesa: ‘chi sei?’. Il Vaticano II è stato un’opera di aggiornamento della Chiesa e Papa Francesco continua a richiamarci sulla necessità di una riforma, cioè dare una forma alla Chiesa di oggi che sia sempre più vicina alla forma della Chiesa che ci è stata data nella Lumen Gentium, la carta costituzionale della Chiesa uscita dal Concilio Vaticano II; è una Chiesa che si interroga sulla sua immagine, sulla sua forma.
Noi siamo eredi della Chiesa che è uscita dal Concilio di Trento: quale immagine di Chiesa era quella? Per dirla con Roberto Bellarmino, grande teologo dei secoli della controriforma, la Chiesa è una ‘società perfetta e ineguale’. E aggiunge: la si può paragonare alla repubblica di Venezia e al Regno di Francia. La cosa ci lascia subito un po’ straniti perché ci sembrerebbe una definizione parastatale della Chiesa.
Un grande teologo come Yves Congar dice che questa definizione di una società perfetta (cioè che ha tutti i mezzi per giungere al suo fine, la salvezza delle anime), non eguale (perché c’è la gerarchia: il Papa, i Vescovi, i sacerdoti, alla base ci sono i laici), questa ecclesiologia era piuttosto una ‘gerarcologia’, una Chiesa pensata come una piramide discendente, dove ci sono delle disparità: ci sono coloro che sono docenti (insegnano) e quelli che sono discenti (imparano); quelli che dirigono (i pastori) e quelli che sono diretti (si parlava dei “sudditi”).
Di fatto in questi secoli vige la societas christiana: impossibile essere italiani senza essere cattolici, tutta la società era cristiana. Di fatto a tenere insieme questa società cristiana erano altri fattori, di tipo civile e culturale. Per quello che riguardava il ministero, ad esempio dei parroci, era la cura delle anime, la cura animarum. Il parroco era il pastore proprio di una parrocchia con il compito della cura delle anime. Questo modello ha sicuramente impegnato il clero di quei secoli ad essere molto dedito al proprio gregge (e ancora oggi noi beneficiamo di alcune di quelle linee di spiritualità). Il pastore ha il suo gregge, c’è un rapporto stretto tra parroco e comunità: questo ha indubbiamente aiutato sotto il profilo della dedizione dei pastori alla loro comunità, al loro gregge.
Quali limiti s’intravvedono dentro questa idea di cura d’anime di una parrocchia? I limiti potrebbero essere visti in due aspetti:
  • La concezione della salvezza era quella della salvezza eterna, salvare l’anima, per dirlo in una parola. Ciascuno doveva cercare di essere in stato di grazia, convertendosi dai peccati e aumentando questo stato di grazia, soprattutto tramite la celebrazione dei Sacramenti: l’Eucarestia - fino a prima della Riforma liturgica ciascuno riceveva la Comunione fuori dalla Messa, in maniera individuale e privata; - confessarsi più volte proprio per incrementare lo stato di grazia e scongiurare la dannazione eterna. Questa impostazione era anche, diremmo, fortemente individualistica perché ciascuno pensava alla salvezza della sua anima, riceve i Sacramenti per salvare la propria anima.
  • Il ministero dei parroci era fondamentalmente unidirezionale: il rapporto con l’altro era modulato dalla richiesta della richiesta della celebrazione dei Sacramenti e poi anche attraverso la dottrina cristiana. Meno presente era l’idea che il parroco avesse il ministero di creare una comunità, di intessere legami fra i membri di una comunità. In ombra rimaneva che il ministro, il parroco, il sacerdote, fosse membro di un presbiterio presieduto dal Vescovo e che la parrocchia non si esaurisce in sé stessa, sotto il campanile, ma è dentro la Chiesa locale, la Diocesi.
Arriviamo al Vaticano II: uno snodo che sembrerebbe una sorta di riflessione teologica, ma non astratto, perché ha tante ricadute concrete. Col Vaticano II si lascia da parte l’immagine sociologica della Chiesa (una società perfetta, un’istituzione) e la Lumen Gentium, la costituzione conciliare sulla Chiesa, nel primo capitolo dice che la Chiesa è un mistero “dalla Trinità” (“Ecclesia de Trinitate”): è diverso dire che la Chiesa assomiglia alla Repubblica veneta o al Regno di Francia e dire invece che ha il suo punto di appoggio, il suo fondamento esattamente nel mistero della Santissima Trinità. Questo è alla base di ogni definizione della Chiesa, della sua struttura: l’approccio misterico supera tutte le altre possibili definizioni.
Perciò l’essenza della Chiesa è divino umana: la Chiesa appartiene al mondo di Dio, è in Dio da sempre, perché Dio nel suo disegno eterno ha pensato la Chiesa. La Chiesa è da Dio perché quando si manifesta nella storia, nel suo essere temporale, è la Chiesa come Corpo di Cristo, come tempio dello Spirito che vive, si sviluppa dentro la storia e fa una storia. Se noi guardiamo la Chiesa soltanto dal punto di vista del suo divenire storico, quale sarebbe la differenza con le altre società terrene? La Chiesa sarebbe una istituzione religiosa, filantropica, con scopi etici, come tutte le altre società terrene. Papa Francesco direbbe che sarebbe una ONG, una onlus.
Che cosa ha di singolare invece la Chiesa? La Chiesa è sacramento nel senso che l’eterno, l’increato, il modo di esistere di Dio si manifesta e si comunica nel temporale, nel creato, nello storico. Perciò l’essenza della Chiesa è la vita divina della santa Trinità che si manifesta e si espande nell’umanità e nella storia; potremmo dire che la Chiesa è la divinizzazione degli uomini per la potenza della Incarnazione e della Pentecoste.
Questa vita nello Spirito Santo, nello Spirito di Cristo, di per sé è nascosta nell’uomo interiore, supera la nostra natura umana perché è lo Spirito di Dio in te, eppure è compatibile con la tua natura umana, perché lo Spirito di Dio è in te. Il teologo Romano Guardini (1885-1968), negli anni ’20 del secolo scorso, diceva che ‘la Chiesa è viva nelle anime’. Interessante: da una società esterna, storica, visibile, da una struttura istituzionale a una Chiesa che è la partecipazione della vita di Dio. Perciò: dove è viva questa Chiesa? Innanzitutto nelle anime, nell’uomo, nella donna interiore. E questo è ciò che la distingue da tutto ciò che è visibile nel mondo e che si può percepire con i sensi fisici. A livello dell’esperienza empirica -
la conoscenza sperimentale -
noi non possiamo toccare il fenomeno della Chiesa: come posso dire io quanta fede c’è in te, quanto Spirito Santo c’è in te, quanta comunione c’è in te? Perciò il fenomeno della Chiesa è, per certi versi, nell’invisibilità, è la parte invisibile della Chiesa. Però attenti: invisibile non vuol dire inconoscibile! Perché noi, oltre ai nostri sensi fisici (l’occhio del corpo, l’orecchio del corpo…), abbiamo un occhio spirituale con il quale i credenti, i battezzati (non per niente sono detti ‘illuminati’, perché possono vedere) percepiscono, conoscono questa Chiesa invisibile che vive nelle anime.
L’ organo percettivo del mondo invisibile di Dio è esattamente la fede.
La lettera agli Ebrei dice che ‘la fede permette di conoscere le cose che non si vedono’ (cfr. 11,1); perciò i cristiani – che sono illuminati – hanno l’occhio della fede per percepire, per penetrare il mondo dello Spirito di Cristo, dentro il visibile della Chiesa. In questo senso diciamo che la Chiesa è un sacramento, perché ci sono due piani congiunti: uno visibile, che posso percepire con gli occhi del mio corpo (vedo Madre Teresa di Calcutta); e c’è un occhio invisibile - quello della fede, un occhio spirituale, interiore - che permette di percepire la profondità di quello che io vedo nell’ambito esterno della Chiesa. Vedendo madre Teresa di Calcutta, potrei dire: ‘è una donna benefattrice’ oppure ‘è una illusa che vuole cambiare il mondo’, oppure dico:
‘è l’immagine di Cristo che continua a servire l’umanità, è Cristo che in lei serve l’umanità’.
Allora il senso profondo della vita di ciascun membro della Chiesa, della liturgia, di ogni gesto di carità, il senso profondo anche della Parola, della Bibbia, noi lo possiamo intuire soltanto perché questo occhio della fede ci permette di vedere nel visibile l’invisibile. Perciò la vita della Chiesa è la vita della fede che rende trasparenti le cose di questo mondo: vedo una cosa, ma dentro una cosa ne vedo una più profonda, ne vedo un’altra, come Gesù che dice: “Chi vede me, vede il Padre”; c’è un pezzo di pane e Gesù dice: “Sono io, il pane vivo disceso dal cielo”.
Il passaggio che il Vaticano II ci vuol far fare sulla immagine di Chiesa è veramente profondo, perché la Chiesa è innanzitutto quella che viene dal mistero della Santissima Trinità ed è la Chiesa invisibile, perché è la vita di Dio partecipata alle anime, per cui Guardini può dire che ‘la Chiesa è viva nelle anime’. Questa Chiesa diventa visibile attraverso l’occhio spirituale. La Chiesa sacramento è l’intreccio di queste due dimensioni: quella divina, eterna, invisibile e quella visibile, umana, storica. Se la Chiesa fosse solo invisibile, fosse solo viva nelle anime, è chiaro che sarebbe inaccessibile a noi, significherebbe una Chiesa che non possiamo riconoscere, una Chiesa dove noi non possiamo compartecipare il dono della vita nuova in Cristo. Ciascuno potrebbe vivere individualmente questo rapporto con Dio, ma non in una comunione.
Siccome lo Spirito che Dio ci ha dato è proprio la comunione del Padre e del Figlio, una vita come comunione, è nello spazio della Chiesa che noi la possiamo in qualche modo condividere. Perciò un certo aspetto della vita dello Spirito Santo è possibile a chiunque si avvicina alla Chiesa. Quando Gesù dice: “Questa è la vita eterna, che conoscano Te e Colui che Tu hai mandato” (cfr. Gv 17,3) dice che la vita eterna è già qui, è già arrivata! Il Signore risorto vive simultaneamente su due registri: presso il Padre, alla destra del Padre, e nel suo corpo che è la Chiesa. Questa eternità nel tempo è la Chiesa. Il nostro contatto con la vita divina nel tempo è la Chiesa e tutto nella Chiesa è invisibile, nel senso che viene da quella vita di Dio che è lo Spirito, ma tutto è anche sacramentale. Allora questo carattere visibile dell’invisibile è la condizione dell’esistenza della Chiesa come partecipazione alla vita trinitaria: perciò la Chiesa non più come società tra le società, ma la Chiesa come Corpo di Cristo, tempio dello Spirito, popolo sacerdotale. Questo è l’aggiornamento dell’immagine di Chiesa voluto dal Concilio.
Questo comportava – e ancora è un compito da portare avanti – un passaggio di mentalità, un passaggio anche di prassi, cioè del modo di fare Chiesa e anche, perciò, un passaggio di immagine. Se prima ho detto che nella Chiesa post tridentina il parroco aveva la cura delle anime, delle singole anime – e questo non viene meno – ora il Vaticano II ci chiede di valorizzare la dimensione comunitaria: questa vita che viene dalla Trinità infatti che cosa crea quando viene accolta? Crea esattamente la comunione tra di noi, cioè la Chiesa, che visibilizza la vita nello Spirito che tutti noi abbiamo accolto nell’uomo interiore. Allora è molto interessante che persino il Codice di Diritto Canonico, quando parla del parroco e della parrocchia - nei canoni 515 e 519 - introduce il tema della cura pastorale della comunità; perciò non un rapporto unidirezionale con ciascuno e la Chiesa assicura che tutti si santificano.
La salvezza non è soltanto stare in grazia per evitare la dannazione e andare in paradiso. La salvezza accolta è generare una comunione di fratelli e di sorelle qui. Il termine salvezza deriva dal greco soterìa, che vuol dire fare le cose unite, fare le cose intere, mettere le cose in comunione, quindi la salvezza è la comunione, è partecipare alla vita trinitaria dentro la comunione della Chiesa.
È interessante che nei documenti del Vaticano II e anche nel Codice si rilegge l’immagine della Chiesa e, dentro questa, si dice che tutti i battezzati sono sacerdoti, profeti, re : tutti celebrano, tutti evangelizzano, tutti hanno un compito di edificazione della comunità.
Precisiamo però l’equilibrio tra sacerdozio battesimale e sacerdozio ministeriale: tutti celebrano, uno presiede la celebrazione; tutti evangelizzano, uno presiede la missione evangelizzatrice, soprattutto perché è garante della parola apostolica; tutti servono coi loro ministeri e i loro carismi, uno coordina la ministerialità ed i carismi di tutti. Perciò, nei decenni successivi al Vaticano II, si è sviluppato il tema della carità pastorale, la carità del pastore che esercita bene la presidenza. Esercitare la presidenza vuol dire rendere possibile che la parrocchia si realizzi come una comunità evangelica. Si sceglie la territorialità e la popolarità.
Sottolineo il valore della parrocchia perché la Chiesa, in modo particolare anche la Chiesa italiana, ne ha evidenziato l’importanza, per dire la territorialità e la popolarità della Chiesa: noi evangelizziamo, testimoniamo il Vangelo dentro la condizione della vita quotidiana.
Ministero della presidenza vuol dire guida della comunità, ma vuol dire anche presidenza del discernimento comunitario. Il discernimento è l’atto con cui la comunità tutta edifica sé stessa. LG al n. 12 dice: “Tutti i battezzati sono profeti, hanno uno spirito di profezia e tutti hanno il sensus fidei, cioè una capacità di penetrare il senso spirituale della Parola e di interpretare l’azione dello Spirito, i disegni di Dio all’interno della storia”. Perciò tutta la comunità è chiamata a costruire una fraternità evangelica e a farsi carico della fede degli altri, della fede dei fratelli. Questo è, chiaramente a grandi linee, l’aggiornamento del Concilio Vaticano II e perciò dell’immagine di Chiesa. Distinguiamo tra ecclesiologia che è nei principi, poi scritti sui documenti, ed ecclesialità che è la vita ecclesiale di tutti i giorni che noi condividiamo. Tra l’ecclesiologia (i principi) e l’ecclesialità è facile che ci possano essere degli scarti, delle lentezze, degli aggiornamenti necessari delle figure delle forme storiche e che richiedono un processo graduale e spesso anche molto lento.
In questo senso dico che Papa Giovanni XXIII ha avuto l’intuizione del Concilio, l’ha indetto, e perciò ha ricordato il valore della collegialità dei Vescovi; ma quando poi sono stati in Concilio – questo si legge nel diario dei Padri Conciliari – hanno imparato l’esercizio della collegialità, perché non era scontato che sapessero stare insieme per fare un Concilio; hanno appreso un metodo di lavoro, hanno imparato a dare una forma concreta alla loro collegialità. Dico questo perché uno dei frutti del Concilio Vaticano II sono gli organismi di partecipazione: consigli pastorali parrocchiali, consigli pastorali diocesani, consigli per gli affari economici. L’esperienza dei consigli pastorali parrocchiali e diocesani chiaramente avverte la fatica di un divario tra l’investimento di risorse necessario
per essere motivati e consapevoli che tutti i battezzati hanno il sensus fidei, sono corresponsabili e che tutti devono farsi carico della missione evangelizzatrice della Chiesa e la qualità della pratica effettiva dei consigli pastorali che spesso è insoddisfacente e ha lasciato l’impressione di non essere così ‘promettente’ come invece si diceva nei principi.

2 -
DIFFICOLTÁ, MECCANISMI FRENANTI, POTENZIALITÁ DEGLI ORGANISMI DI PARTECIPAZIONE
Parliamo ora delle difficoltà che sono percepite e rispetto alle quali bisogna reagire, innanzitutto al senso di frustrazione, cercando di andare oltre la sfiducia, anche rispetto agli organismi di partecipazione. Vorrei cogliere quindi i meccanismi frenanti, ricordare quelle potenzialità che rimangono inespresse dentro i consigli e, perciò, anche possibili vie di soluzione che insieme si possono vedere. Questo punto riguarda le difficoltà operative rispetto agli organismi partecipativi del consigliare. Talvolta mi pare ci sia una erronea interpretazione della natura e dei compiti di questi consigli. Ad esempio, che i consigli siano i consigli dei laici e di questi rappresentativi. Non è così, perché i consigli sono rappresentativi della pluralità dei ministeri, dei carismi, delle condizioni di vita, delle sensibilità. Nei consigli pastorali ci sono i presbiteri, i religiosi, le religiose, i diaconi, i laici, le aggregazioni, diverse manifestazioni della vita ecclesiale. Non sono il consiglio dei laici, ma sono il consiglio pastorale della comunità parrocchiale.
Un’altra questione di fondo, dove ci sono degli equivoci, mi pare sia la comprensione della natura di questi consigli come fossero una sorta di parlamento democratico, un luogo di rappresentatività dei vari gruppi, delle loro iniziative, dove ciascuno può presentare un po’ ciò che fa e magari pianificare, calendarizzare le iniziative; cioè i consigli
vissuti come una sorta di diritto dei laici
– adesso spingo un po’, ma per capirci – come fosse o la parte sindacale dei laici che rivendica un suo diritto di parola, oppure una concessione dei pastori che permettono ai laici di poter parlare. Talvolta, perciò, si è equivocato su questa natura democratica dei consigli, che sappiamo non sono tali.

Dall’altra parte, mi parrebbe anche limitante contrapporre il consultivo e il deliberativo, perché si dice: questi consigli sono soltanto consultivi, quindi a che servono? Le decisioni non si prendono lì, o soltanto lì. Penso che questa contrapposizione mortifichi l’atto del consigliare dentro la Chiesa, perché chi ha il ministero della presidenza, perciò i ministri ordinati sono chiamati a decidere per il bene della comunità. È nel loro interesse coinvolgere al meglio nel discernimento i fedeli perché questo sia potenziato: chi guida la comunità non può leggere la realtà da solo, ha bisogno del contributo di tutti per capire al meglio quali sono i cammini da proporre alla comunità.
Se i consigli sono offerti da consiglieri aperti e docili allo Spirito, maturi spiritualmente, questi consigli sono doni dello Spirito Santo; sono consigli saggi, ponderati, ben argomentati e chi presiede non può non ascoltarli, non tenerne conto. Interessante quel che dice san Benedetto nella Regola: “Quando c’è il capitolo, [una forma di consiglio], bisogna ascoltare anche l’ultimo dei novizi che è entrato nella comunità, perché può darsi che lo Spirito, proprio attraverso di lui, voglia consigliare”. Perciò, a chi guida la comunità non è consentito ignorare i consigli prudenti che sono frutto dello Spirito Santo, adducendo al carattere solo consultivo di questi organismi. Allo stesso tempo, a chi consiglia non è lecito immaginare che ha assolto il suo compito di consigliare quando ha espresso un qualsivoglia parere. Il consiglio, infatti, non è il mio punto di vista o il mio pallino personale, non è la mia sensibilità ecclesiale o il mio gusto particolare. Il consiglio buono, saggio, prudente non è mai un consiglio azzardato, frettoloso, imprudente o di parte, cioè interessato.
Vorrei dire che proprio riguardo al consigliare e al modo di consigliare, si possono vedere anche alcune derive all’interno dei consigli pastorali che potrebbero rendere anche più faticoso il lavoro. Ad esempio una deriva che chiamerei intimistica, quando il consiglio è formato da una élite di persone che sono preoccupate soltanto della loro crescita spirituale: ci sono 5 o 6 persone e quelle persone sono rappresentanti un po’ di loro stesse e del loro bisogno, magari, di una intensa vita cristiana. Una deriva intellettuale: quando il consiglio è formato da un gruppo di esperti che punta a trovare strategie pastorali. Una deriva efficientistica: quando il consiglio è inteso come una sorta di ambito per razionalizzare, ottimizzare le iniziative e le attività che si propongono alla parrocchia o all’unità pastorale, perciò soltanto un luogo di organizzazione del lavoro: che iniziative facciamo? quali gruppi? in che sede?
Ciò mi permette adesso di dire una cosa che mi sta a cuore: i consiglieri non dovrebbero essere subito portati al pratico (‘allora che cosa si fa’), ma dovrebbero essere sensibilizzati sulle problematiche pastorali nel loro valore di fondo, che è un valore sempre teologico, spirituale, pastorale. Ci si interroga allora, non soltanto sul ‘come risolviamo’, ma sui valori di fondo che sono in gioco nella vita comunitaria e che perciò riguardano sempre il modo della nostra vita in Dio, vita tra di noi, vita ecclesiale.

3 -
IL CONSIGLIARE NELLA CHIESA
Fatte queste osservazioni circa le difficoltà patite all’interno dei consigli e anche alcune derive, vorrei adesso attirare l’attenzione sul fatto che il servizio peculiare del consiglio pastorale è proprio il consigliare. Serve quel consiglio che è messo a servizio della comunità. Perciò il compito dei consiglieri è prendersi cura della fede dei loro fratelli della comunità parrocchiale e, insieme, assicurare le condizioni obiettive perché questa comunità possa vivere l’incontro con il Signore Gesù. Prendersi cura, servire la fede dei fratelli della comunità.
Questo significa anche essere i loro portavoce; dunque esplicitare le attese, magari i desideri inespressi della comunità, far emergere i vuoti, i buchi, le omissioni, i ritardi in questo compito di testimoniare e di trasmettere la fede a servizio dei fratelli; come dare slancio missionario alla comunità, perché si prenda a cuore non soltanto al suo interno dei credenti, ma anche dei battezzati che non partecipano più alla comunità, dei non credenti e quelli che magari sono sulla soglia e che vorrebbero ricominciare. Perciò adesso l’attenzione è concentrata su questi valori di fondo. Io non penso che l’agenda del consiglio pastorale debba essere ingolfata in questioni immediatamente pratiche: per questo ci può essere un gruppo operativo, un gruppo ministeriale anche più ridotto. I consiglieri devono concentrarsi sulla qualità della vita cristiana della comunità. Nei consigli non bisogna avere dieci punti all’ordine del giorno: basta un punto e su questioni di fondo, come la pastorale del battesimo, la preparazione dei fidanzati o conviventi al matrimonio; come aiutiamo i cristiani a tenere in mano la Parola di Dio; la domenica, la qualità della preghiera, la pastorale del lutto, come siamo vicini ai malati ecc. E questo tenendo anche conto dello stretto nodo che unisce le comunità parrocchiali con la Diocesi e, perciò, con gli orientamenti pastorali di fondo che il Vescovo, assieme al presbiterio e agli organismi diocesani, offre per il cammino di tutte le comunità parrocchiali. Ecco, questo penso che dovrebbe essere il mandato dei consiglieri.
Capisco che c’è una fatica nel passaggio da una Chiesa piramidale ad una Chiesa comunionale. C’è una fatica nel trovare anche il metodo di lavoro dei consigli pastorali perché avvenga davvero il discernimento del meglio per le comunità. Tutto questo non è un fatto automatico, ma complesso, che chiede lunghi tempi di assimilazione e anche un processo laborioso di maturazione delle persone e delle comunità. Tutti siamo convinti che non basta citare i documenti perché ci sia subito una coscienza ecclesiale matura. C’è tutto il cammino della nostra vita spirituale. Ma non vuol dire che dobbiamo, in maniera idealistica, pensare che i membri di un consiglio debbano essere perfetti, pronti per poter esercitare bene il discernimento come consiglio. I consigli stessi sono luogo di tirocinio, perciò luogo educativo di questa coscienza ecclesiale. Nell’esercizio concreto di questo servizio del consigliare, a vantaggio della comunità, concretamente un consiglio pastorale matura la sua identità e verifica anche la sua qualità, la sua maturità: si impara facendo. Dio ci educa, educa il suo popolo nella storia; Gesù non ha preso dodici persone perfette: le ha prese con sé, le ha educate ed hanno imparato facendo.
Un altro punto è che bisogna prendersi cura delle forme concrete con cui si lavora in questi organismi di comunione, i ritmi di lavoro, con quale scadenza ci si trova e poi il modo di lavorare: il tema su cui ci si ci confronta, come fare per consigliarsi al riguardo. Penso che le forme concrete e operative siano importanti. Non lo dico soltanto per una questione di tecnica, ma per una questione di stile ecclesiale, fraterno, di dialogo e discernimento. A me pare che un limite nell’azione pastorale sia che noi diamo il primato ai contenuti (che cosa fare), alle motivazioni (perché fare) e stiamo meno attenti alle forme (come fare): come arrivare, ad esempio, all’interno di un consiglio pastorale a una qualità buona delle decisioni? Perché poi le decisioni danno forma anche alle iniziative, alle attività, quello che concretamente si fa per tener viva la vita di fede delle comunità.
Bisogna stare attenti a questi processi dinamici di come si fa consiglio pastorale [esperienza del vescovo: quando partecipavo al consiglio pastorale, dicevano che si sapeva a chi toccava presiedere. Quando ero io, le sedie erano in circolo, quando c’era il parroco le sedie erano disposte in modo frontale]. Anche la scelta della sede, dell’orario pesano, perché favoriscono più o meno la comunicazione; così il tempo dato a ciascun intervento perché non capiti che uno monopolizza gran parte della riunione, i ruoli (il parroco non può iniziare e chiudere, fare il moderatore, il presidente, il coordinatore … questo andrà in qualche modo maturato).
Lo sforzo dei consigli oggi penso debba essere quello di riconsiderare le dinamiche di lavoro al proprio interno, uno sforzo finalizzato ad interpretare in modo più responsabile il proprio compito che è quello di discernere, consigliare per arrivare alle decisioni che poi sono efficaci per il cammino della comunità.
Il Libro sinodale, alla proposta 43, dice che sono necessari la verifica e il rilancio degli organismi di partecipazione e addirittura che sarebbe interessante se si potesse arrivare ad uno statuto diocesano che ne declina un po’ lo stile … non so cosa potrebbe dire concretamente questo, ma è importante un metodo di lavoro per poter consigliare in maniera fruttuosa.

Ci concentriamo ora sul metodo con alcune sottolineature sul consigliare.

  • Il consigliare è legato alla virtù della prudenza
La prudenza nel modo consueto si intende così: è prudente chi pondera bene, un osservatore, uno che quasi dubita, non si muove, temporeggia. Invece la prudenza cristiana è legata alla decisionalità: la prudenza è un modo per aiutare una persona a prendere una decisione. Per arrivare ad una decisione prudente bisogna fare dei passaggi: ascolto (raccogliere i dati, i pareri riguardo ad una questione; ad es. cosa facciamo per l’iniziazione cristiana?); riflessione (i dati raccolti sono valutati per giungere al discernimento); applicazione (dati raccolti e valutati sono applicati all’azione: fase della decisione). La prudenza è l’arte di decidere il meglio, ciò che è giusto, ciò che fa bene, il meglio in una determinata situazione, qui e ora, nella comunità concreta. Per arrivare a prendere una decisione prudente occorre seguire questo processo di consiglio. Qui è in gioco la capacità di ben consigliare che dipende dal grado di maturità spirituale del consigliere e richiede anche docilità da parte di chi nella comunità ha il compito di presiederla, una capacità di ascoltare lo Spirito santo da parte di tutti (ministri ordinati e laici) e, da parte dell’ordinato, ascoltare lo Spirito che parla in tutti e che, attraverso i consigli di tutti, fa vedere qual è la volontà di Dio, qui ed ora. La mia insistenza è sul fatto che la prudenza è la capacità di ben consigliare che noi riceviamo come carisma, cioè come dono dello Spirito santo. Quando celebriamo la cresima, riceviamo i sette doni dello Spirito santo, dei quali uno è proprio il dono del consiglio. Il consiglio ci chiede di essere attenti alle mozioni interiori dello Spirito santo che poi si servirà anche della mia razionalità: quando diciamo che questo è un cristiano di buon senso, vuol dire che c’è una sinergia tra lo Spirito che lo muove e lui che ha maturato una capacità di intelligenza, di andare dentro e penetrare profondamente le cose. San Tommaso dice che la capacità di consigliare è eterna, ha a che fare con la comunione dei santi, quindi dovremmo chiedere consiglio anche ai santi. Nel libro dell’Apocalisse si dice che lo Spirito parla alle chiese. Se voglio sapere che cosa il Signore vuole per me, non interrogo il mio cervello, ma interrogo la Chiesa, illuminata dallo Spirito; anche la mia mente, ma dentro uno spazio ecclesiale.

  • Il consigliare è un’opera di misericordia
Lo stesso Tommaso lega il dono del consiglio ad una beatitudine, alla beatitudine dei misericordiosi: ‘beati i misericordiosi perché troveranno misericordia’. Cosa vuol dire che consigliare non è opera di una fredda intelligenza, di uno molto calcolatore e razionale che fotografa bene le cose, ma è opera della misericordia, della compassione? Vuol dire cercare di intuire come servire la salvezza dei fratelli, cosa il Signore vorrebbe fare con loro, con queste coppie in difficoltà, con quei giovani … per poterli salvare.

  • Il consigliare implica nei consiglieri una capacità di discernimento.
Discernere vuol dire distinguere, avere una sensibilità, un fiuto che sa riconoscere le cose che aiutano a raggiungere il fine, cioè tendere a Dio, oppure le cose che distolgono da quel fine e fanno deviare da Dio. È molto importante e penso che dovreste essere molto aiutati in questo, nel saper discernere che cosa si muove dentro, perché in noi si muovono le ispirazioni, pensieri dello Spirito santo, ma ci possono essere delle mozioni dello spirito nemico, come dice Ignazio di Loyola, del tentatore, che spesso si traveste da angelo di luce, dice san Paolo: tenta con il bene facendo vedere il bene, invece sotto sotto c’è un’altra mozione. Allora bisogna avere questo fiuto delicato. Non basta un ragionamento logico, a partire dai principi, il bene in assoluto. I consiglieri devono tener conto della complessità e ambiguità della storia. C’è lo Spirito di Dio che muove, ma ci sono anche tutte le miserie degli uomini. Papa Francesco dice che non sempre il demonio tenta con la menzogna. Alla base di una tentazione può esserci anche una verità, però vissuta con uno spirito cattivo, una verità ma mossa da uno spirito non buono che per esempio uno cerca di far valere a tutti i costi: ad es. un argomento dentro il consiglio, ma è mosso da un’intenzione non pura, non libera, vuole qualche cosa per un suo vantaggio. Questa è l’ideologia. Il Papa dice che l’ideologia non è il frutto di una mente erronea, ma di una volontà passionale: io ho già deciso cosa voglio e poi cerco di trovare gli argomenti, le parole convincenti per far passare, giustificare quello che io voglio.
Questo è molto importante e lo dico con serietà. È chiaro che il consigliere accetta questo mandato che viene dalla volontà di Dio riconosciuta dalla Chiesa, ma accetta anche continuamente di rettificare, di purificare le sue intenzioni, di chiedersi: ma questo viene da Dio? È Dio che ispira questo oppure viene dalla mia volontà viziata dal fatto di un ruolo, di un riconoscimento che vorrei, di una proposta che vorrei fosse attuata ecc.? Anche chi presiede deve spesso richiamare questa maturità e libertà interiorità.

4 - ATTITUDINI DEL CONSIGLIERE

Ne approfondiamo quattro.
  • La capacità di una comprensione amorevole della complessità della vita umana ed ecclesiale. In At 15 abbiamo ascoltato la prima assemblea, il consiglio pastorale degli apostoli: i pagani che si convertono al cristianesimo, devono sottomettersi alla legge di Mosè? Alcuni provenienti dal fariseismo, rigidi alla lettera, dicono: sì. Questi consiglieri rigidi che non riescono a cogliere la complessità, si appellano al pretesto che la lettera del vangelo dice così e bisogna fare così - noi ‘duri e puri’ dell’osservanza della lettera – ai quali però manca una qualità fondamentale che è la comprensione obiettiva delle condizioni umane, che sono sempre imperfette e in evoluzione. Non esistono persone che già realizzano una perfezione. Consigliare non è un atto puramente intellettuale, ma un atto di questa intelligenza misericordiosa. Ad es.: l’equilibrio che è richiesto tra esigenza evangelica e la pedagogia necessaria. Gesù ha fatto anche grandi discorsi (pensiamo alle beatitudini); ma quando Pietro è incredulo, non gli dice: Pietro la prima beatitudine dice così … la seconda così … no! Prende Pietro e lo educa, pian piano, fino alla fine, fino al cortile del sommo sacerdote quando il gallo canta. Allora bisogna equilibrare le esigenze evangeliche e la pedagogia evangelica, tenere presente la complessità. Quando vi confrontate su questo punto e nascono tensioni all’interno del consiglio tra chi vorrebbe essere più rigoroso e chi più flessibile, ricordate che la franchezza, la parresia, non vuol dire un approccio che svaluta l’altro, che non tiene conto dell’interlocutore, riconoscendo a lui invece una giusta dose di buone intenzioni. Pascal diceva che la verità senza amore è crudeltà. Perciò bisogna sempre ottemperare la verità e la carità. Il card. Martini parla del ‘tocco umanistico di Gesù’ che sapeva adattarsi con amore a tutte le situazioni.

  • Invocare il dono dello Spirito santo. Vuol dire non solo la preghiera veni sancte spiritus, ma che in vista delle riunioni, ci si prepara per tempo, si sa che il consiglio riguarderà questo aspetto, questo tema e allora si chiede il dono dello Spirito, leggendo la Parola che potrebbe essere data prima ai consiglieri, proprio per creare un atteggiamento di ascolto dello Spirito santo. Questo vuol dire che il consigliare è dono, non un’arma per far vedere che sono superiore a te, ho più intelligenza, più dialettica, sono più capace di venirmene fuori con le parole. È dono. Sempre in At 15, abbiamo visto come si dice: ‘è parso bene allo Spirito santo e a noi’.
  • Fare bene l’indagine del caso: vuol dire mettere bene a fuoco l’oggetto che è posto a tema del consiglio. Il card. Martini diceva ‘istruire la causa’, cioè ponderare bene le cose: tema, problema, cose che sono in gioco, criticità, possibili soluzioni, come altrove hanno già affrontato questa questione (ad es. nella Chiesa italiana), quali risposte lo Spirito ha dato; raccogliere le ipotesi creative, i pro e i contro. È importante nel metodo di lavoro saper fare l’indagine. Sempre nel c. 15 degli Atti, si dice che ci si riunisce per esaminare. Seguono poi la discussione e gli interventi chiarificatori:
    • di Pietro che richiama l’opera di Dio e fa presente che Dio ci ha salvati per la grazia …
    • di Barnaba e Paolo che confermano quanto Pietro aveva detto: abbiamo visto prodigi che Dio ha fatto per i pagani e di come lo Spirito agisce già in loro …
    • di Giacomo che spiega come Dio si è scelto un popolo, Israele e che la tenda di Davide è caduta, ma Dio ne ha fatto un’altra, una tenda che è Cristo e tutte le genti si metteranno a cercare Dio entrando in questa tenda.
Poi emerge la proposta finale: non imponiamo alcun obbligo (se non evitare contaminazioni con gli idoli, le unioni illecite …). Tutti erano d’accordo: si è arrivati alla decisione creativa.
  • La visione del disegno di Dio. Dove andiamo? Dove Dio ci vuole portare? I passi che facciamo, le decisioni che la comunità prende … a che scopo? Che forma dare alla comunità? Le cose che facciamo che efficacia dovrebbero avere? Il consigliere deve saper contemplare l’essenziale del disegno di Dio che san Paolo dice nella lettera ai Romani (cfr. 8,28-29): il Padre ci ha predestinati ad essere suoi figli nel Figlio; ha predestinato l’umanità a diventare filiale, ad essere una comunità fraterna. La visione è questa: edificare comunità che hanno la forma del Figlio, la forma filiale e fraterna. Questa è l’immagine della Chiesa che il Vaticano II ha voluto darci ed è quella che sembrerebbe più vicina al Vangelo. La Chiesa è la famiglia dei figli di Dio e perciò è una comunità di fratelli e di sorelle che credono in Cristo. Questa è l’immagine che vogliamo mostrare al mondo in modo tale che vedendo questa opera buona e bella, vedendo questa fraternità, il mondo creda. Se questi vivono da fratelli e sorelle, vuol dire che la loro origine è il Padre.

Diocesi di Mantova Diocesi di Mantova

DIOCESI DI MANTOVA       Piazza Sordello 15 - 46100 Mantova - Tel 0376/319511 - Fax 0376/224740 - info@diocesidimantova.it - diocesidimantova@pec.it
Diocesi di Mantova