Percorsi tra Arte e Fede
Diocesi di Mantova
Il percorso della Misericordia
L'uomo nascosto del cuore (1Pt 3, 4). Partendo dalla Chiesa di San Barnaba, attraverso la Porta della Misericordia aperta nella Concattedrale di S. Andrea, si giunge alla chiesa dei Santi Simone e Giuda ripercorrendo le tappe del sacramento della Riconciliazione: la lettura della Parola di Dio, l’esame di coscienza, la confessione e il ritorno alla comunità per mettersi al suo servizio.

DESTINATARI: Adulti.

LUOGHI DI VISITA: Chiesa di San Barnaba, 

Concattedrale di S. Andrea e Chiesa dei Santi Simone e Giuda, Mantova.

TEMPO STIMATO: Un pomeriggio.

MATERIALE: Cellulare, auricolari.


Percorso a cura di Agnese Costa

La Misericordia di Dio apre le porte
Portale d'ingresso della Chiesa di San Barnaba

Ci troviamo davanti ad una porta e ci viene chiesto di attraversarla; siamo chiamati ad entrare. Non importa quale sia la nostra condizione: possiamo essere stanchi, affaticati, felici, disillusi, turbati, soli. C’è una porta che oggi è stata pensata per noi, una porta che ci attende. Tanti prima di noi sono passati per questa porta, magari qualcuno ha preferito rimanere sulla soglia, senza entrare, altri invece l’hanno varcata con entusiasmo. La Porta della Misericordia è aperta a tutti, chiama tutti, ma è preparata per ciascuno, racconta la nostra storia personale visitata dall’amore di Dio. Il Giubileo è tempo di grazia, tempo opportuno per varcare la porta che troviamo sulla nostra strada. Mettiamoci in cammino con coraggio.

Pianta della città di Mantova. In arancione sono indicati i quattro luoghi dove si svolgono le tappe del percorso, i numeri si riferiscono all’ordine.


Tappa 1: la PORTA INTERNA (Ez 40,15)
Interno della Chiesa di San Barnaba

Gv 1, 38-39
Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbì - che, tradotto, significa Maestro - dove dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio.

La prima porta che varchiamo è quella della chiesa di San Barnaba. Ci accoglie nella penombra l’interno ad aula unica arricchito da stucchi settecenteschi di Stanislao Somazzi. La chiesa, infatti, fu completamente ricostruita nel XVIII secolo, su progetto di Doriciglio Moscatelli Battaglia, nel luogo in cui era stato edificato un piccolo oratorio dedicato a san Barnaba, già nell’anno 860. Nel XIII secolo questa prima costruzione fu, però, sostituita da una chiesa dedicata ai santi Barnaba e Dionigi, che ebbe un valore particolare per la città di Mantova: nel 1396 fu, infatti, affidata ai Servi di Maria e intorno ad essa si costruì un importante convento, punto nevralgico delle vicende dell’Ordine per tutto il Cinquecento e il secolo successivo. Di questa struttura nulla è stato conservato, rimangono solo due lati del chiostro quattrocentesco, che ospita lacerti di dipinti con episodi della vita di san Filippo Benizi, fondatore dell’Ordine, realizzati dal giugno 1671.
A metà della navata, sulla parete destra, si trova il pulpito che accoglie un bassorilievo raffigurante Cristo, attorniato dai discepoli, nell’atto di parlare, opera disegnata da Antonio Prestinari nel 1729. Anche noi oggi, sostando davanti a questa immagine, possiamo immedesimarci nei discepoli raffigurati attorno a Gesù, in ascolto della sua Parola e, così come viene narrato nel brano del Vangelo di Giovanni, anche a noi oggi il Signore rivolge la stessa domanda: “Che cosa cercate?”.

Antonio Prestinari, Cristo attorniato dai discepoli, marmo, 1729 (Foto dell’Inventario diocesano)

Sembra una domanda banale, semplice. Eppure per rispondere siamo costretti ad aprire una porta che spesso teniamo chiusa: la porta del nostro cuore. Nella vita quotidiana non sembra mai esserci tempo per fermarci, siamo continuamente immersi nelle cose da fare, presi da mille impegni. Il lavoro, la casa, la famiglia, gli interessi spesso assorbono tutte le nostre energie. La frenesia, le ambizioni, i nostri egoismi rischiano così di prevalere sulle buone intenzioni, rischiano di spegnere le speranze che nutriamo nei nostri progetti, rischiano di soffocare i nostri valori e ideali. Vince l’abitudine, la pigrizia, il sopravvivere. Impariamo a tenere ben chiusa la porta del cuore, quella che ci mette in contatto con l’uomo interiore che si cela dentro ognuno di noi, “l’uomo nascosto del cuore” (1Pt 3,4).
Aprire questa porta non è facile perché in essa abitano i nostri sentimenti più profondi, ciò in cui crediamo, quello che ci spinge, i sogni, le speranze, ma anche le fatiche, le infedeltà, le ferite. E’ il luogo in cui dimora Dio, in cui si alimenta la nostra vita spirituale. Il Signore ci invita ad aprire questa porta, a fermarci, a ritirarci per guardare dentro di noi, a restare con Lui.

“Che cosa cercate?”
Noi, oggi, come stiamo? Cosa ci muove? Siamo felici, soddisfatti, realizzati? Siamo delusi, amareggiati, tristi, annoiati? Siamo feriti, stanchi, sfiduciati?
In che cosa ci stiamo mettendo in gioco? Per cosa lottiamo? In che cosa crediamo?
Prevalgono i miei interessi, i miei bisogni, le mie necessità o quelli delle persone che mi vivono accanto? Il mio IO quanto è ingombrante?

Prendiamoci un po’ di tempo per riflettere, per lasciare che la domanda del Signore lavori in noi ed arrivi ad aprire la porta del nostro cuore. Per aiutarci possiamo ascoltare la canzone La parola io di Giorgio Gaber (trovate il testo e il link per ascoltare la canzone nei download).


Tappa 2: la PORTA STRETTA (Mt 7,13)
Teodoro Ghisi, Salvator Mundi, olio su tela, seconda metà del XVI secolo (Foto dell’Inventario Diocesano)

Mt 7,13
Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che vi entrano.

Ci spostiamo ora nel presbiterio della Chiesa di San Barnaba. Sulla sinistra possiamo osservare un’opera di Teodoro Ghisi (1536?-1601), raffigurante il Salvator mundi e databile alla seconda metà del XVI secolo. La tela, trasferita nella chiesa solo alla metà del secolo scorso, era stata ampliata fra Seicento e Settecento sia lateralmente che nella parte superiore. L’innovazione più evidente fu l’aggiunta di un’Annunciazione, a ricordo di quella fiorentina della Santissima Annunziata, casa madre dell’Ordine dei Servi di Maria.
Il soggetto principale è Cristo, che tiene in mano il globo, trionfante su un mondo in rovina. Nonostante l’enfasi attribuita alla figura in primo piano, un piccolo dettaglio è interessante per proseguire il nostro itinerario: l’immagine di un pellegrino che s’avventura in un luogo sotterraneo.
Il particolare che scorgiamo nella parte sinistra del quadro, rappresenta in maniera semplice e diretta la sensazione che noi sperimentiamo quando lasciamo che siano le tentazioni a vincere sui nostri buoni propositi. Nella nostra vita spesso ci ritroviamo, come il pellegrino, a scegliere la strada che porta verso le tenebre, la porta larga della perdizione, dei nostri istinti, dei nostri egoismi. Ci inoltriamo sulla via del peccato.

Dettaglio

Dopo aver varcato la porta interna, quella del nostro cuore, siamo chiamati a percorrere il varco che si apre sulle nostre fragilità, paure, mancanze. E’ una porta stretta, perché ci chiede di guardare alle nostre debolezze, ai nostri errori, a ciò che non ci fa essere fieri di noi stessi. Non è semplice compiere questo passo, non è facile chiamare per nome i nostri peccati, non è facile riconoscerli.
Molti hanno provato a definire le tentazioni, uno dei primi è stato Evagrio Pontico (345-399), padre monastico orientale, che nei suoi scritti ne individua otto:

INGORDIGIA: rapporto deformato con il cibo.
“Perché mangio? Cosa mangio? Come mangio? E inoltre: quali sono i miei desideri più profondi? Astenersi consapevolmente dal cibo può anche indurre a chiedersi se nelle relazioni con gli altri il cibo è uno strumento di condivisione e di incontro, oppure è una via per soddisfare il proprio piacere contro o senza di loro”.

LUSSURIA: rapporto deformato con il corpo e la sessualità. 
“La sessualità diventa cattiva qualora si separi il corpo dalla persona, perché il sesso separato dalla persona degenera: trapassa in aridità, diviene ossessiva ripetizione. Ridotta all’erotismo, l’energia sessuale frammenta, divide, dissipa il soggetto, mentre quando è rivolta all’amore, alla comunione, alla relazione, cioè alla storia d’amore, diviene unificante. L’amore, che è dono di sé e accoglienza dell’altro, è smentito radicalmente dalla lussuria, che vuole il possesso dell’altro”. 

AVARIZIA: rapporto deformato con le cose, soprattutto con il denaro.
“L’avarizia è un vizio che si insinua lentamente nel cuore dell’uomo: si inizia con il trattenere per sé ciò che può essere condiviso con altri; si prosegue con l’accumulare senza mai essere soddisfatti; […] quella dell’avere diviene progressivamente una vera e propria schiavitù, fonte di una preoccupazione permanente. […] L’insicurezza del domani appare compensata dai beni posseduti.” 

COLLERA: rapporto deformato con gli altri.
“La pulsione della collera è certamente un male quando diviene una presenza costante nei nostri rapporti con gli altri; quando è segno del disprezzo e dell’odio nutriti verso l’altro in quanto tale; quando contiene l’intenzione dell’annientamento e della distruzione dell’altro. La collera è in tal caso la negazione della relazione e della responsabilità. […] Per sconfiggere la collera occorre la capacità di porsi una semplice ma decisiva domanda: chi è l’altro per me?” 

TRISTEZZA: rapporto deformato con il tempo.
“Il vizio di cui ci occupiamo è quella tristezza che non è secondo Dio, ossia quell’ombra che ci abita, ci paralizza e ci deprime, spegnendo poco per volta in noi la voglia di vivere. […] Da una parte si idealizza il passato come tempo indiscutibilmente migliore di quello attuale e lo si evoca con accorati accenti di nostalgia. […] D’altra parte, si sogna di realizzare in un futuro mitico ciò che, per l’appunto, è destinato a cominciare sempre domani, oppure si teme l’avvenire per le incognite che può riservare. […] Così facendo, però, non si coglie il presente come l’oggi di Dio, come l’ora irripetibile che ci è data da vivere.” 

ACEDIA: rapporto deformato con lo spazio.
“E’ una pulsione di morte che ispira all’uomo la stanchezza e il disgusto per la vita intesa nella sua totalità. L’acedia fa crollare l’edificio della propria persona e, in particolare, provoca un’enorme insofferenza verso lo spazio in cui si vive, a partire da quello del proprio corpo: si vorrebbe cambiare pelle. La reazione tipica all’insorgere dell’acedia consiste nel desiderio di fuggire dal luogo in cui abitualmente si vive, di mutare il proprio stato di vita; ci si sente rinchiusi nella propria esistenza come in una sorta di prigione, come in un tempo intermedio drammaticamente privo di sbocchi. […] La domanda più frequente è: chi me lo fa fare? Ne vale la pena?”. 

VANAGLORIA: rapporto deformato con il fare.
“Essa spinge ad attribuire più importanza al fare e all’apparire che all’essere; detto altrimenti: a far dipendere il senso della propria vita e la riuscita del proprio agire dal plauso altrui. […] Il combattimento contro la vanagloria richiede un esercizio di coscienza spietato e sincero, a partire da una domanda semplicissima: per chi e per che cosa si agisce? Per «piacere agli uomini» (Ef 6,6) o per trovare la propria consistenza nell’essere in verità se stessi davanti a Dio e agli uomini?” 

ORGOGLIO: rapporto deformato con Dio.
“Chi ne è schiavo non riconosce la grazia e l’aiuto di Dio, ma mette la fiducia in se stesso, si autostima fino all’idolatria, si crede causa delle proprie buone azioni, fino a ritenersi buono. […] L’orgoglio, che si manifesta come arroganza, ha come conseguenza il disprezzo degli altri, ma la sua vera radice consiste in un falso rapporto con Dio, di cui gli altri fanno le spese. L’orgoglioso si sostituisce –per così dire- a Dio, da creatura si fa Creatore; di conseguenza, rinnega nei fatti la propria umanità e finisce per non riconoscerla in chi gli sta accanto.” 

Quali di queste tentazioni ci appartengono? Quali sono i peccati in cui ci riconosciamo?

Ritagliamoci un tempo prolungato di silenzio per un esame di coscienza, per varcare la porta stretta, per comprendere quali dei nostri atteggiamenti, pensieri, azioni non seguono l’esempio di Gesù, ma le nostre logiche umane. Possiamo proseguire il momento di silenzio anche nel cammino fino alla prossima tappa, che sarà nella Concattedrale di Sant’Andrea.

Possiamo approfondire le riflessioni di Evagrio Pontico nel testo nei download.


Tutte le citazioni sono tratte da Enzo Bianchi, Una lotta per la vita, Edizioni San Paolo, 2012.

ELEMENTI CORRELATI

Tappa 3: HO APERTO DAVANTI A TE UNA PORTA (Ap 3, 8)
Pianta della Concattedrale di Sant’Andrea. In rosso è indicato il luogo in cui si svolge la tappa del percorso

Gv 8, 1-11
Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro. Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo. Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell'interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani. Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch'io ti condanno; va' e d'ora in poi non peccare più».

Siamo giunti a questa porta camminando in silenzio, come pellegrini. Ci avviciniamo alla Porta della Misericordia, aperta nella Concattedrale di Sant’Andrea, portando con noi le nostre fragilità, i nostri fallimenti, i nostri peccati. Abbiamo dato un nome alle nostre debolezze, ci riconosciamo bisognosi di riconciliarci con Dio, di essere guariti e perdonati. Può essere che le nostre colpe ci sembrino incurabili, che non ci sia per noi una possibilità di riscatto. Ma il Signore apre davanti alle nostre debolezze una porta: Egli ci attende, vuole incontrarci, accoglie il nostro dolore, le nostre fatiche e ci corre incontro come Padre misericordioso, per ripeterci che ci ama e che vuole condividere con noi la sua vita. Tocca a noi abbandonarci al Suo abbraccio e varcare la soglia della Porta della Misericordia.

Felice Campi, La donna adultera, affresco, 1784

La Concattedrale di Sant’Andrea ci accoglie in tutto il suo splendore. Essa deve la sua struttura al genio di Leon Battista Alberti che, nella seconda metà del Quattrocento, propose all’ allora Marchese di Mantova, Ludovico II, il progetto per rinnovare l’edificio che dal IX secolo ospitava la più importante reliquia della città: i Sacri Vasi del Preziosissimo Sangue di Cristo. La costruzione però si protrasse per lungo tempo, tanto che la cupola, progettata da Filippo Juvarra, fu terminata solo nel 1765.
Il grande ambiente ad aula unica, atto ad ospitare le folle di pellegrini che giungevano ad ammirare la reliquia, presenta sui fianchi una serie di maestose cappelle e si chiude con una copertura a botte di cui possiamo ammirare, grazie ai recenti restauri, la vivacità della decorazione a cassettoni dipinti.
Lungo i fianchi della navata, alternati alle cappelle, si trovano una serie di affreschi raffiguranti scene della vita di Cristo, databili al tardo Settecento, e, in particolare, l’ultimo riquadro sulla sinistra prima del transetto, rappresenta l’incontro tra Gesù e la donna adultera, raccontato nel Vangelo di Giovanni.
Anche noi oggi ci riconosciamo nell’immagine della donna adultera, condotta davanti a Gesù per essere giudicata, ma che, invece di essere condannata, viene perdonata e riabilitata alla vita. Gli accusatori vengono allontanati perché Gesù vuole rimanere da solo con la donna, vuole ascoltare il suo peccato, vuole uno scambio personale con lei. Anche a noi il Signore chiede un incontro a tu per tu, chiede a noi di raccontare le nostre fragilità e lo fa attraverso il sacramento della Riconciliazione. Come scrive papa Francesco: “Confessarsi davanti ad un sacerdote è un modo per mettere la mia vita nelle mani e nel cuore di un altro, che in quel momento agisce in nome e per conto di Gesù. E’ un modo per essere concreti ed autentici: stare di fronte alla realtà guardando un’altra persona e non se stessi riflessi in uno specchio”. Dopo aver varcato la nostra porta interiore e aver riconosciuto le nostre debolezze, ci rivolgiamo quindi davanti a Dio ed entriamo attraverso la porta della Sua Misericordia. Non è semplice ammettere i propri errori, non è facile lasciarsi guardare da Dio, non ci sembra possibile che Lui possa amarci nonostante tutte le nostre fragilità. Eppure anche il papa ci ricorda che il primo passo per un penitente consiste nel “pensare alla verità della sua vita davanti a Dio, che cosa sente, che cosa pensa. Che sappia guardare con sincerità a se stesso e al suo peccato. E che si senta peccatore, che si lasci sorprendere, stupire da Dio. Perché lui ci riempia con il dono della sua misericordia infinita dobbiamo avvertire il nostro bisogno, il nostro vuoto, la nostra miseria”.

Sostiamo allora in silenzio e rivolgiamoci direttamente al Signore per lasciare che il Suo sguardo penetri i nostri pensieri e sentimenti. Possiamo avvicinarci al sacramento della Riconciliazione in questo momento o prenderci l’impegno di farlo una volta tornati nella nostra comunità.

Accompagniamo la nostra riflessione con l’omelia di papa Francesco sul brano del Vangelo di Giovanni che ha guidato questa tappa e che si trova nei download.


Tappa 4: la PORTA DEL MIO PROSSIMO (Gb 31, 9)
Pianta della Chiesa dei Santi Simone e Giuda. In rosso è indicato il luogo dove si svolge la tappa del percorso.

Mt 2, 9-12
Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un'altra strada fecero ritorno al loro paese.

Usciti dalla Concattedrale di Sant’Andrea, ci dirigiamo verso la chiesa dei Santi Simone e Giuda. L’aspetto attuale dell’edificio è il risultato di molteplici ampliamenti, poiché già a partire dal VII e VIII secolo si hanno notizie di un piccolo tempio sorto in questo luogo. Gli ultimi importanti lavori risalgono al Settecento e riguardarono il prolungamento dell’abside. Le varie fasi costruttive si possono ritrovare anche nella stratificazione delle decorazioni parietali: l’esempio più evidente è quello dell’altare della Visitazione, il secondo sulla navatella di sinistra. Infatti, sopra all’altare si possono ammirare due affreschi sovrapposti: una Madonna col bambino e una Visitazione dei Magi. Quest’ultimo è un lacerto tardo duecentesco di un affresco che originariamente era ospitato sulle pareti dell’unica piccola aula e che, grazie al sistema dello stacco a massello, fu trasportato nella nuova cappella eretta dopo il 1593. Qui rimase visibile fino al 1775, quando fu occultato dalla sovrapittura della Madonna col bambino. Fu solo alla fine degli anni cinquanta del Novecento che il dipinto fu ritrovato e riportato alla luce.

Cerchia di Guido da Siena, Visitazione dei magi, affresco, tardo XIII secolo

Come i Magi, anche noi oggi abbiamo incontrato Gesù: abbiamo varcato la soglia del nostro cuore, abbiamo riletto la nostra storia, abbiamo chiamato per nome i nostri peccati e ci siamo lasciati guarire da Lui. Nonostante i nostri limiti, il Signore apre per noi una porta, la porta del Suo amore, del Suo perdono, della Sua casa. I Magi, giunti da lontano, provano una gioia grandissima quando la stella si posa sul luogo in cui si trovava il bambino. Dopo un lungo viaggio, pieno di insidie, di pericoli, in cui molte volte avranno pensato di tornare indietro, di aver sbagliato tutto, essi giungono alla meta tanto desiderata: il loro cammino trova un senso, la loro vita cambia completamente ed è trasformata dall’incontro con Gesù, dall’amore di Dio che si fa uomo per noi. Essi offrono al Bambino doni preziosi che simboleggiano il loro mettersi in gioco completamente, il loro sì alla chiamata del Signore.
Nell’affresco solo l’immagine di uno dei Magi si è conservata ed è proprio in quell’uomo che tutti noi possiamo riconoscerci: anche noi siamo chiamati a offrire ciò che di più prezioso abbiamo, il nostro tempo, le nostre energie, i nostri sentimenti, al Signore. Sperimentare la misericordia di Dio non può lasciarci indifferenti, non possiamo non sentirci inviati in missione, pronti a ripartire nella nostra vita di tutti i giorni mettendoci al servizio di chi vive intorno a noi.

Non è un caso che l’ultima tappa di questo itinerario si svolga proprio in questa chiesa. Infatti, essa appartiene a un complesso più grande, quello di C.A.S.A. San Simone, acronimo che significa Centro di Ascolto Servizi Accoglienza. C.A.S.A. San Simone è una realtà che da molti anni è impegnata nel nostro territorio con l’obiettivo di accogliere le persone in difficoltà, offrendo loro, non solo protezione o risposta a bisogni, ma recuperando il valore della casa come luogo degli affetti, del sentirsi amati e valorizzati per quello che si è. L’intenzione è di far emergere le povertà invisibili e dimenticate dalla nostra società per riportare i margini al centro non solo della nostra città, ma al centro dell’attenzione e della considerazione delle nostre comunità. Come dice Mons. Mario Delpini nell’omelia della veglia missionaria del 27 ottobre 2012 (il link dell’omelia completa è disponibile nei download): “L’amore non è una storia individuale […], si deve adorare Dio edificando sulla terra una comunione”.

La misericordia del Signore ci chiama ad essere anche noi operatori di misericordia, costruttori di relazioni fraterne che accompagnano le fragilità, il dolore, la debolezza di chi ci circonda. Facciamo anche noi, come i Magi, ritorno al nostro paese prendendoci l’impegno di servire la comunione all’interno delle comunità in cui viviamo, a partire dalle nostre famiglie, dai nostri vicini di casa, dalla nostra parrocchia. Bastano piccoli gesti concreti, un sorriso, un saluto, una parola per aprire la porta del nostro prossimo ed ascoltare la sua voce.


Percorso della Misericordia - Orari di apertura

CHIESA DI SAN BARNABA
Apertura: mattino 8.00-12.00; pomeriggio 15.00-18.00.

CONCATTEDRALE DI S. ANDREA

Apertura: mattino 8.00-12.00; pomeriggio 15.00-19.00.
Messe giorni feriali: 8.00; 10.00.
Messe giorni prefestivi: 8.00; 10.00; 18.30.
Messe giorni festivi: 8.30; 10.30; 18.30.

CHIESA DEI SANTI SIMONE E GIUDA
La chiesa dei Santi Simone e Giuda è solitamente chiusa al pubblico, ma viene aperta su richiesta telefonando al numero 0376.327788.


Percorso della Misericordia - Bibliografia

E. Bianchi, Una lotta per la vita, San Paolo Edizioni, 2012.
R. Braglia, La basilica di Sant’Andrea in Mantova, Publi Paolini, Mantova, 2010.
P. Carpeggiani, C. Tellini Perina, Sant’Andrea in Mantova. Un tempio per la città del principe, Publi Paolini Editore, Mantova, 1987.
G. Ferlisi, M. Novellini, La chiesa dei santi Simone e Giuda in Mantova, Associazione Amici di San Simone e Giuda, Mantova, 2007.
Francesco, Il nome di Dio è Misericordia, Piemme, Milano, 2016.
M. Pinfari, R. Signorini, La chiesa di San Barnaba in Mantova, Sometti, Mantova, 2005.



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